Davvero bravi questi Amè, in realtà one man band dietro cui si cela il battipagliese Enrico Carrino, a cui va interamente accreditata la composizione di musiche e testi.
Davvero bravo nell’indovinare una quanto mai compiuta mediazione tra attitudine cantautorale e volontà di sciorinare lunghi strumentali in odor di deserto. Avrete sicuramente intuito che siamo in presenza di un degno figlioccio dell’altra America, quella che offre di visioni spettrali e approdi insicuri, quella che ha partorito gente del calibro di Black Heart Procession, Built To Spill, Will Oldham, artisti la cui influenza è di certo riscontrabili nella musica di Amè. E per essere più presisi potrebbe materializzarsi una sorta di Castanets meets Cul De Sac, con tanto di fingerpicking ipnotico alla Jack Rose. Ascoltare“The Oldman” per credere.
Nomi importanti che il nostro non sembra intimorito dal riconoscere come referenti, anche perché siamo lontani da un mera sintesi calligrafica a cui troppi gruppi, anche italiani ci hanno abituato. Cartina tornasole è la bellissima “August”, in cui il lento dipanarsi di un’ipnotica melodia elettrica è ben supportata da un canto da cui traspare una passionalità tutta mediterranea.
Ed è chiaro che al di là della produzione (praticamente assente), vi sia un netto approccio lo-fi , esemplificato dalla seconda traccia “Trapped”, triste, diretta, con percussioni pestone che pare possano da un momento all’altro trapanare le casse.
Sei tracce per iniziare e nessuna meno che buona per un talento che deve sicuramente crescere, ma che ha già un’idea ben precisa di suono, se non d’immaginario, verso cui indirizzare i propri sforzi.
In bocca al lupo, sperando che qualche lungimirante etichetta abbia il coraggio di investire in qualche giovane talento nostrano.