Christina Carter

Electrice

2006 (Kranky) | free-folk

Chi segue da vicino la saga Charalambides sa benissimo quanto Christina Carter sia col tempo diventata una voce fondamentale del panorama free-folk degli ultimi quindici anni circa.
Giusto pochi mesi fa, una conferma senza appello in “Lace Heart”, disco prezioso che manteneva intatte tutte le sfumature liriche dell’ultima, stupenda fatica della band madre ("A Vintage Burden").
Oggi, invece, la conferma definitiva e senza macchia, in un opera letteralmente trascendentale che, muovendo dalla volontà di costruire ogni composizione sullo stesso accordo, tenta di definire un ciclo di “canzoni” che abitino lo stesso spettro emozionale, ma in cui è possibile seguire un percorso di rarefazione, di dispersione psichica, di diluizione sonora.

E’ un’opera fortemente impressionistica, capace di rievocare per l’ennesima volta il fantasma dei Popol Vuh ma, al contempo, di ridefinirne i contorni tramite un approccio supernaturale che sembra mediare tra il John Fahey più aereo e certe escursioni liquide di Steffen Basho-Junghans.
Nel suo incedere trasognato, l’iniziale elegia di “Second Death” sospende la voce in un limbo riecheggiante una litania flebile, con gli accordi della chitarra che precipitano dissonanti verso il fondo.
E' un lavoro di sottrazione, di “eliminazione dell’eccesso”, tale da creare un'enfasi sommessa, ma perenne, ipnotica. Fino all'esaurimento progressivo del suono, che forse è anche la sua massima espansione nell'anima.
Una messa pagana; femminea. O pur sempre, una preghiera, ma senza timor panico, senza paura alcuna.
Quella di “Moving Intercepted” è, dal canto suo, una melodia dolciastra, sfuggente, costruita con pochi accordi, in un riverberarsi di sfumature dentro un fondale lisergico e magmatico. Il senso della “ripetizione”, delle piccole cose che sono anche poche ed essenziali, come quelle di cui questo suono evocativo e finanche misterioso subdolamente si nutre.
Un suono tormentato, in ultima analisi; inquieto, ma rassicurante come pochi. Suono come scenografia. Come quella liquida di “Yellow Pine”: panorami dilatatissimi, folk inacidito e innamorato delle distanze, delle mete che non esistono ma che s'impongono come doveri e speranze.

Una meditazione sofferta, appartata, che ci costringe a seguire la dolce texana nel suo giardino più intimo. Alla deriva, e sempre più da soli. Le rive vanno svanendo, i confini mutando e dissolvendosi. Progressivamente.
E, come sulla superficie dell’acqua le cose assumono connotati di languida poesia pittorica, così in questo universo multiforme i suoni divampano in fragilissimi cristalli fluorescenti.
Ancora una volta, come già ebbi a dire per il mattino dorato di Colleen, si cercano scorciatoie per il cuore mediante un uso stupefacente e stupefatto dell'”acustica scintillante dell’attesa”…
Gli accordi e la voce galleggiano in un oceano di echi maestosi. Una sensazione di smarrimento sembra man mano impossessarsi dell'opera. E' una musica dispersa, ormai quasi vaporizzata, al limite del silenzio mistico (“Words Are Not My Own”).

Musica come foschia dentro cui tutto è impercettibilmente altro da sé, pur se nella sua effettiva identità.
Non c’è altro che voi possiate addurre. Solo profondo rispetto e doverosa attenzione per un disco assolutamente magico.

(10/09/2006)

  • Tracklist
  1. Second Death
  2. Moving Intercepted
  3. Yellow Pine
  4. Words Are Not My Own
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