Charalambides

A Vintage Burden

2006 (Kranky) | psych-folk

Nell’area delle coppie rock, c’è da tempo spazio per Tom e Christina Carter, nucleo portante dei Charalambides. Talvolta inquinata da appendici spesso non troppo rilevanti (progetti solisti/paralleli di entrambi, collaborazioni d’ogni tipo, etc.), la carriera del duo di Houston è in ogni caso memorabile. A due anni dal miracolo di “Joy Shapes”, uno dei capolavori del 2004, è nuovamente il caso di ribadire che i Charalambides sono una delle conquiste più importanti dello space-psych tutto. Il loro ultimo “A Vintage Burden” ha soltanto due mancanze: il terzo elemento di supporto (Heather Leugh Murray per “Joy Shapes” e “Unknown Spin”, Jason Bill per “Historic Sixth Ward”) e l’ appeal grandioso del disco precedente. Ma i contro del progetto, se di contro si può parlare, finiscono qua.

I 17 minuti strumentali di “Black Bed Blues” fanno - da soli - storia a sé. Attacca il tono minore, formulaico, della chitarra ritmica di Christina - vagamente desert-blues à-la Castanets - in qualità di tappeto armonico di supporto alla sequenza improvvisativa mutevole e quietamente lisergica di Tom. Si spazia da arabeschi sottotono a contrappunti volatili, a strappi tonali sussurrati, da fantasmagorie di steel in sovrapposizione a glissando svianti, fino a una libera frase chitarristica che è pura elevazione spaziale (quasi il corrispettivo da camera delle suite di “Joy Shapes”).
Arriva poi una nuova idea ad avvicendarsi a un crescendo agogico sullo sfondo, seppur stemperato secondo fasce rumoristiche e sovratoni non distanti dal Six Organs della title track di “School Of The Flower”. Questa galleria di “tropi” chitarristici di eterogeneità assoluta, di toni accordali severi e austeri elettrificati e rielaborati con gusto proietta una sorta di status di nuovo classico, sia ponte tra i Grateful Dead (tanto il “Live/Dead” quanto “Workingman’s Dead”) e i Bardo Pond del colossale “Amen”, che dialogo dolente tra psichedelia e acid-rock.

Le altre cinque tracce sono altrettanto accattivanti. Il canto di Christina, pure in questo caso a debita distanza dal bagno di sangue di “Joy Shapes”, mostra una tecnica nuova. In “Two Birds” è quasi sospiro, soffio vitale che fa prendere corpo alle chitarre, conducendole verso una processione accordale segreta che pure cresce e implementa strati atmosferici su strati atmosferici. In “There Is No End”, dove peraltro si respira una ionosfera arcana tipica del sound Charalambides, quella stessa voce ha invece timbri sibillini, austeri, quasi mistico-alchemici, in grado di virare i registri della musica cosmica dalla ninna nanna dilatata e sospesa alla trance statica, fino ai modi del raga acustico.
“Dormant Love” sviluppa un flusso celestiale ininterrotto a partire da accordi gioiosi e canto consapevole e quasi rasserenato, con tocchi ambientali acuti di steel , mentre “Spring” propone un inciso contrappuntato da uno splendido arpeggio tra il gaio e l’interrogativo, con un canto quasi da Baez dell’ultraterreno e duetti strumentali in evidenza emotiva, finalmente ispessiti nella coda psych .

Quand’anche ci siano implicazioni di gusto a bilanciarne la fruizione, l’album è mercuriale (laddove “Joy Shapes” era sconcertante), cristallino (laddove “Joy Shapes” era apocalittico), acustico, dosato, caleidoscopico, tutto a un tempo. Feeling strumentale e interplay rimangono d’alto livello, quasi superandosi, mentre la Christina vocalist - da par suo - fa passi da gigante. La scesa a patti con il folk-blues da camera, e in maniera abbondantemente più convincente di “Historic Sixth Ward”, mostra - oltre al dato meramente musicale - un affresco composito delle reali possibilità creative a disposizione del duo, o una piccola miniera d’espressività basata su componimenti maturi.

(27/08/2006)

  • Tracklist
  1. There Is No End
  2. Spring
  3. Dormant Love
  4. Black Bed Blues
  5. Two Birds
  6. Hope Against Hope
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Recensioni

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