Sandy Dillon - Pull The Strings

2006 (One Little Indian)
blues-rock
Sandy Dillon appartiene di diritto alla categoria delle "eterne escluse". Un'artista dalle potenzialità enormi, costantemente gettata fuori dalle produzioni, dai contratti (dovuti), dal quel mondo ignaro della sua formidabile presenza. La sua carriera è interamente costellata di mancate firme, album mai pubblicati, e un’infinità di ottime collaborazioni, le uniche capaci di rivelarla, seppure in forma ridotta, al grande pubblico. I suoi primi due dischi: "Electric Chair" (‘99) e "East Overshoe" (‘01) , in collaborazione con Steve Bywater, mostrano, fin da subito, tutta la verve infuocata della Dillon; la sua musica è un coagulo, riletto in chiave femminile, di tutte le componenti essenziali del maestro di Pomona. Le sue canzoni sono un affronto continuo, uno schiaffo all’insana mondanità; trascinata da un blues sconnesso, sempre capace di affiancare i suoi lamenti rauchi, le sue liriche ossessioni, nelle quali la melodia e il ritmo hanno sempre in costante riferimento il nichilismo di Tom Waits.

L’ultima produzione, "Pull The Strings", rielabora ogni pezzo del puzzle incompiuto, cercando di trovare il giusto aggancio verso la totale consacrazione. L’atmosfera che circonda ogni singolo minuto di questo lavoro è cupa e ironica al tempo stesso, c’è spazio per tutto: dagli scambi di battuta con Rob Love in "Why?", alle sfuriate acid-blues della title track, fino ai vocalizzi sconquassati presenti in "I Fell In Love", l’unico pezzo in cui Sandy si discosta, in parte, da Waits, per avvicinarsi alle nevrosi sgangherate di Don Van Vliet.

In "Who’s Answering" celebra l’ultimo pianto di una donna fortemente sola, la disperata richiesta d’ascolto di chi ha ancora tanto da dire e da dare. Tutt’altra cosa è il conforto angelico di "Enter The Flame"; qui la Dillon è pacata, rilassata da un sentimento che difficilmente riesce a conquistare le sue grazie, il suo essere donna. La voce è dolce, "femminile", svincolata dall’estenuante veemenza lirica delle restanti tracce, paradossalmente vicina alla sensualità vocale di Hope Sandoval. "Over My Head", con il suo procedere lento e lisergico, distrugge ogni illusione, tutte le romantiche velleità, sbattendole in faccia a un muro di tormento, tra parlato e urlato, senza alcuna via d’uscita, né suadente sinfonia all’orizzonte; un blues psichedelico, ubriaco. "Blindcore" potrebbe essere una b-side di "Frank’s Wild Years", rubata dai cassetti di Waits, così come la splendida "Motherless Children" rievoca le intense atmosfere di "Blue Valentine".

Colpisce, e allo stesso tempo rattrista, la smodata ripresa dei canoni di Tom Waits, di tutto il suo repertorio. Laddove la Dillon riesce a sdebitarsi del fascino subito dal suo maestro, sveste tutte le sue doti dall’inarrivabile modello, mostrandoci apertamente le sue potenzialità, il suo "reale" fascino, tutto il suo estro artistico. Quando vive di luce propria ("Wedding Night"), la sua musica splende ancor di più; riusciamo così, per pochi istanti, a sollevare finalmente quei capelli dalla fronte, per poterla guardare dritto negli occhi. Tutto ciò svanisce, inevitabilmente, quando l’emulazione è evidente, seppur pregevole e sempre emozionante. Per questo "Pull the Strings" si colloca nel mezzo, con le dovute cautele resterà sempre un grande disco, strappato per un soffio alla cerchia dei capolavori "veri".

Tracklist

  1. Pull With Strings (Ft Rob Love)
  2. Play With Ruth
  3. I Fell In Love
  4. Enter The Flame
  5. Documents
  6. Broken Promises
  7. Blindcore
  8. Why (Ft Rob Love)
  9. Who's Answering
  10. Baltimore Oriole
  11. Over My Head
  12. Homesick
  13. Motherless Children
  14. Wedding Night
  15. Midway
  16. Carnival Of Dreams

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