Everlovely Lightningheart

Cusp

2006 (Hydra Head) | avantgarde, free-noise, musica concreta

Il rumore è un’arma e la musica è essenzialmente la formazione, l’addomesticazione e la ritualizzazione di quest’arma come simulacro di un assassinio rituale.
(Jacques Attali)

Gli oggetti non dovrebbero poter toccare perchè non sono vivi. Li usi, li rimetti a posto, vivi tra di loro: sono utili, nient’altro. Ma mi toccano, è intollerabile. Ho paura di venire in contatto con loro, quasi fossero bestie viventi.
(Jean Paul Sartre)

Christopher Badger, Faith Coloccia, Travis Rommeriem e Daniel McCoy sono i membri stabili di Everlovely Lightningheart (aka Faith in Vapors Thin as Paper), compagine "aperta" di Los Angeles che esordisce con questo eccellente mix di concrete-music, ambient, musica cosmica e sulfuree sbandate impro-noise.

Una passione sfrenata per gli oggetti e per i loro rumori, innanzitutto. E un senso complessivo di catastrofe imminente, come un abbraccio terribile e tragico. In sintesi: quaranta minuti di scenografie sospese tra l’incanto stupefatto e il terrore insopprimibile, in un avvicendarsi di sensazioni ed umori, senza soluzione di continuità.

Tutto inizia con un pianoforte panoramico e sfolgorante, mortifero e dilatato fino a svanire, sostituito da rumori crepitanti come legna ardente, al chiarore di una luna arcana, dentro un vortice profondissimo di echi e riverberi. Una rappresentazione sonora del caos che origina da un piano-sequenza continuo sugli elementi sonori messi in campo, di volta in volta attirati dentro roboanti nebulose ambient , mentre un vento siderale s'inoltra senza freni in questa (non-)struttura amorfa.

Il primo climax sgombra il campo per gli arpeggi di un gamelan, proiettati su una tela di spettri cosmici e gelide distensioni sintetiche. E’ un folk diamantino ed universale. Dal secondo climax, invece, una quiete profondissima, ma come un bagliore improvviso e passeggero. Imperversa, infatti, un mare di asteroidi e stelle infuocate e tutto finisce prima in balia del disordine (proteiforme e primitivamente bislacco) e poi in un rituale free-form freak-out (urla pellerossa, oggetti sparsi un po’ a casaccio, ritmiche esagitate e sconnesse).

L’alternarsi di stati d’animo diversissimi e apparentemente inconciliabili mantiene costantemente la musica in uno stato di tensione ansiogena. Così, dal trambusto, finisce per sbucare fuori un Rhodes attanagliato da turbolenze cosmiche. La melodia è subdola e, sotterraneamente, ci inquieta, lasciandoci in balia di noi stessi, senza riparo. O al riparo, chi può dirlo?, di cocci di vetro che dicono ancora di un sentimental journey andato a puttane, miagolii di fiati spauriti che squarciano un’oscurità pestilenziale, taglienti bordoni di archi che magnificano un’imponenza clandestina. Tutto al servizo di un rituale in cui non solo gli oggetti, ma anche la stessa musica finisce per guadagnare le sembianze di una "bestia vivente".

(21/12/2006)

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  1. Cusp
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