È divertente immaginare qualche fan dei Bad Religion che, dopo aver comprato questo disco, rimanga frastornato trovando nelle foto del booklet Greg Graffin che impugna un banjo; divertente ma improbabile per due motivi: primo, perché con i moderni mezzi chiunque può ascoltare un disco prima di comprarlo, secondo, perché un vero fan della punk-rock band californiana sarà a conoscenza della devozione del cantante per la musica tradizionale americana, già manifestata sotto lo pseudonimo di American Lesion con un album omonimo datato 1997.
Nato durante le prove di “The Process Of Belief” da un’idea del co-leader nei Bad Religion, Brett Gurewitz (che del disco è pure il produttore), e registrato in tempi brevissimi con l’apporto di musicisti esperti del genere (come i membri dei canadesi Weakerthans), “Cold As The Clay” dimostra la conoscenza che Greg Graffin ha del folk e del country, generi che ammette sono stati sempre fonte d’ispirazione nella sua carriera, e la capacità che il cantante ha sia nel comporre canzoni proprie sia nella rivisitazione di vecchi traditionals.
Se l’iniziale e autografa “Don’t Be Afraid To Run” non è un granchè, ci pensano due classici come “Omie Wise” e conosciutissima “Little Sadie” a impressionare favorevolmente, la prima una bella ballata per chitarra e voce, la seconda dal sapore folk antico con il banjo a condurre il gioco ben coadiuvato da due chitarre acustiche.
Nonostante la buona title track il disco sembra funzionare molto meglio nelle cover che non nelle canzoni scritte da Graffin, alla bucolica “Highway” e a “Rebel’s Goodbye” (decisamente la peggiore dell’album) si preferiscono “Talk About Suffering” e “Willie Moore” nelle quali, oltre all’apporto fondamentale della bravissima Jolie Holland, il cantante californiano riesce a tenere la voce a freno e modellarla sui canoni propri di un genere così diverso da quello normalmente praticato, come nella conclusiva “One More Hill”, veramente sorprendente per la sua riuscita con Graffin, la Holland e Gurewitz impegnati in cori dai sapori senza tempo.
Un disco non eccezionale ma godibile nel suo scorrimento per chi ama il genere, un album senza vette ma anche privo di momenti veramente brutti; l’encomiabile prova, costruita con rispetto ed applicazione, di un’onesta e sincera passione per le radici della musica del proprio paese.