Band cementatasi attorno al canadese cantastorie Joel Gibb, gli Hidden Cameras del piccolo miracolo "The Smell Of Our Own" (Rough Trade, 2003) hanno dato una nuova lettura al pop revisionista (non esattamente retrò) del nuovo millennio. Le loro canzoni sono incroci di soluzioni timbrico-strumentali brillanti (spesso guidate dalla chitarra del leader), di scrittura sciolta, di
Rem, di
Smiths, di arrangiamenti surreali in stile
Beach Boys circa "Smiley Smile". Dal secondo album ("Mississauga Goddam", Rough Trade, 2004) il collettivo abbassa il livello emotivo e si concentra sterilmente sulla forma e sulla confezione più appropriata per i loro gioiellini melodici.
Con "Awoo" le cose non cambiano grandemente, ma pure si fa avanti qualche libertà creativa in più. In un certo senso, questo è il loro disco più sperimentale. Bloccando stabilmente (noiosamente) la forma delle loro canzoni, la composizione può avvalersi di arabeschi degni delle serenate di Dvorak, dando così nuovo dinamismo agli stilemi Wilson-iani ("Fee Fie", uno dei loro crescendo più calcolati), implementare striature da pifferaio magico e batteria al limite della percussione di sottofondo ("She's Gone"), e modulare canto tra registri teatrali e falsetti da castrato ("Learning The Lie"). Il battito metallico di chitarra di "Heji" dà luogo a un
twee scaltro e fratturatissimo in cui, di nuovo, si tenta qualcosa di diverso.
Queste rincorse armoniche sono spesso sciupone. In "For Fun" il canto è zuccheroso fino al fastidio, e gli archi (ancora Dvorak-iani) la tirano per le lunghe al punto da suonare supponenti, "Heaven Turns To" è pop orchestrale di terza mano, il trotto
twist-surf di "Death Of A Tune" attacca col botto e finisce con una coda superflua, e la robusta cavalcata di "Lollipop" alla lunga suona come
b-side dei Rem circa "Lifes Rich Pageant". Le decorazioni
cartoonesche della
title track , con
refrain ossessivo-onomatopeico, lambiscono vertici di orticaria melodica, ma nella ballata fatata di "Wandering" il canto prelude a un
chorus ampio e riscaldato.
Se non recupera l’originale immediatezza del primo disco, quantomeno fa sopravvivere un po’ di sana schizofrenia (se non proprio energia). Viene il dubbio che Gibb vi arrivi più per esasperazione che per reali capacità, più per combattere i due suoi demoni, riempitivi e melassa, che per incorporarli serenamente nella scrittura. Quasi ammirevole per il brio d’alcune trovate oniriche, manca di vera, profonda solarità.