Di Paolo Saporiti, delle sue buonissime qualità cantautoriali, parlammo nel recensire "The Restless Fall", senza dubbio uno degli esordi italiani più promettenti dell'anno. Insieme a Christian Alati e a Lucio Sagone, il musicista milanese torna sulle scene con il progetto Don Quibòl, all'esordio con un disco di folk-rock di tutto rispetto, anche se ancora da levigare.
La compenetrazione tra l'anima folk "autunnale" di Saporiti e l'impostazione più vagamente sperimentale degli arrangiamenti di Alati e Sagone (già insieme per il progetto Cods e da poco membri stabili dei Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo) appare subito evidente nell'iniziale "The World Comes Around", la cui tensione elettrica respira dentro trame cupe ed ipnotiche. Distorsioni come frustate azzannano la ballata di "Human Perversion", in un continuo rovinare emozionale. L'andamento Cave-iano di "Fear Of Love" scivola in rivoli di sofisticazione psichedelica, mentre con "Play" il connubio tra fragili tessiture e volteggiare di pelli e di corde mostra una delicatezza ed una maturità già importante.
La malinconica verve di "The Restless Fall" si è vestita di sfuggente poesia, in un gioco ambiguo di chiaroscuri ("Red Eyes"), ma davvero incapace di mentire. I mulinelli chitarristi di "Waitin' On A Friend" destabilizzano un incanto fragile e malinconico; fiammate elettriche come incendi improvvisi detonano strutture sguscianti ("God"); lontanissimi fuochi western e distorsioni desertiche marchiano le atmosfere crepuscolari di "We All, We'll Wait In The Fire". Insomma, non mancano gli spunti. La musica non è mai banale, mai fine a se stessa, soprattutto nella seconda parte del lavoro, maggiormente compiuta e meno legata a certi clichès, come ben dimostra, ad esempio, "Don't You Think".
Sottilissime trame rumoristiche circondano lo scheletro folk di "I Threw 'em All Off", fino a lambire volontà improvvisative e "concrete". A farla da padrone in "Did You Hit Me" è certo roots-rock americano, ma è la lunga, dolentissima processione di "Prison", con i suoi strascichi esistenziali, a mettere la parola fine su di un disco di certo intenso e sentito, punto di partenza per futuri, interessantissimi sviluppi.