Yeah Yeah Yeahs

Show Your Bones

2006 (Interscope) | pop-rock

Gli Yeah Yeah Yeahs di Karen O e Nick Zinner sono stati sinora scorrettamente inquadrati nel filone nu-wave aperto dagli Strokes. In verità i loro primi ep e il disco d’esordio "Fever to Tell" mostravano radici diverse: sempre revivalistiche ma maggiormente legate al pop-rock, al punk-rock e al blues-rock che alla wave. La band comunque non aveva deciso quale via intraprendere: a volte scanzonata, a volte (troppo) ambiziosa, qualche pezzo riuscito (il pastiche sentimentale e psichedelico di "Maps" su tutti), qualche altro decisamente meno. "Show Your Bones" era atteso perché doveva svelare dove sarebbe andato a parare il terzetto newyorkese (ad onor di cronaca nominiamo anche il terzo elemento, il batterista Brian Chase).

Il primo indizio è fornito dal singolo di lancio, "Gold Lion", che fa anche da apripista all’intero disco: trattasi di un pop-rock chitarristico, classico e leggero, su tappeto acustico violentato da slanci elettrici e gridolini. La premessa è davvero buona, ma il meglio arriverà appena dopo. "Way Out" è ancora pop-rock (vagamente wave) che si snoda su un giro pulsante e teso che subisce le improvvise aggressioni di acustiche e battiti di mani, melodia istantanea e da replay continuo, chitarre efficacissimi che sanno quando picchiare e quando accompagnare. Ma soprattutto la prestazione di Karen O che seduce per tutta la strofa prima di azzannare e, puttanella sino al midollo, recita (non era necessario, fra l’altro) provocante e lolita una parentesi inquieta e sessuale fra urletti e contrappunti. E’ la sua voce, la sua interpretazione, l’arma in più degli Yeah Yeah Yeahs: e, al tempo stesso, ne è limite quando la ragazza si toglie le vesti di Kim Deal e prova a fare la parte seria.

Accade così che la terza traccia, "Fancy", dopo tanto shock, delude fragorosamente. Il brano è un blues-rock acido, con tanto di organo e tamburi tribali, dilungato, ambizioso e miseramente fallito in tutte lo componenti, fintissimo come tutta la musica e le pose della band e della vocalist ma stavolta in modo palesemente stonato. Certi suoni semplicemente o li si hanno o no. I Rolling Stones il blues lo avevano nel sangue, gli Yeah Yeah Yeahs non ne sanno manco l’indirizzo. Il funky teso di "Phenomena" ha un buono spirito da rock’n’roll da arena e, seppure su disco non possa rendere (o almeno non rende) quanto dovrebbe live, non spiace; mentre il saltello disco-rock di "Honeybear", rotto da squarci di elettrica, convince un pizzico di più già in questa veste. "Cheated Hearts", un treno in corsa perso nel romanticismo del canto, si allinea alla qualità degli immediati predecessori.

Primo resoconto: il "genere" dei primi due brani non è stato più ripreso e il livello si è abbassato pur rimanendo sufficiente. La scelta di dividere in due tronconi la descrizione del disco è dovuta a un motivo preciso: da ora in poi gli Yeah Yeah Yeahs tenteranno la carta della ballata (quattro su sei), confermando il proprio eclettismo e sentenziando di non voler ancora prendere una strada precisa (a meno che non si voglia considerare questa come una strada). Il grande problema è che di lenti buoni non ce n’è manco uno. "Dudley" procede trasognata senza trovare spunti di interesse pur non andando in territori cattivi; "The Sweets", sentimentale e ventosa, è interpretata in modo sentito, ma procede senza rapire e delude ampiamente quando prova a graffiare. "Turn Into" tenta la carta dell’epica, con note di piano a rifinirla, ma anche qui prevalgono gli sbadigli: la ricerca melodica semplicemente non c’è e il gruppo si adagia su andazzi standard e poco interessanti ancor prima che poco credibili o sbagliati.

E’ allora naturale che anche la non eccelsa "Deja Vu", che mostra l’ennesimo registro di Karen O (che è ottima interprete di genere, quando punta sulla seduzione di ragazzina, ma non ha la stazza per riuscire in ogni tono in cui si lancia, e, se poche volte risulta spiacevole, spesso non rende al massimo), rockettino vagamente glam tra accelerazioni e frenate, sia preso come manna. Giungiamo così, dopo una seconda metà da dimenticare, al resoconto finale: "Show Your Bones" è disco con ampio spreco di potenzialità e ciò fa rabbia. C’è un gran pezzo, un altro buono, qualche momento piacevole e tanta tanta ambizione malriposta. Fa strano dirlo, ma il giorno che si decideranno a fare una dozzina di volte lo stesso brano, gli Yeah Yeah Yeahs diventeranno una buona band.

(04/04/2006)

  • Tracklist
1. Gold Lion
2. Way Out
3. Fancy
4. Phenomena
5. Honeybear
6. Cheated Hearts
7. Dudley
8. Mysteries
9. The Sweets
10. Warrior
11. Turn Into
Yeah Yeah Yeahs su OndaRock
Recensioni

YEAH YEAH YEAHS

Mosquito

(2013 - Interscope)
Il confortevole quarto lavoro della band newyorkese guidata da Karen O

YEAH YEAH YEAHS

It's Blitz!

(2009 - Interscope Records)
Il trio newyorkese muta pelle e vira verso un disco-pop adrenalinico

YEAH YEAH YEAHS

Fever To Tell

(2003 - Interscope)
La freschezza e la voce di Karen O illuminano un album discontinuo

News
Yeah Yeah Yeahs on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.