Underworld

Oblivion With Bells

2007 (Pias) | techno

C'è, per chi scrive, una somiglianza forte tra quello che succede quando si incontra nuovamente una persona amata dopo molto tempo e l'uscita di questo disco, a 4 anni da “Hundred Days Off”. C'è un carico di aspettative ampio, che va dalla speranza che tutto sia uguale fino a quella che sia cambiato ogni millimetro, ogni suono, per non doversi nuovamente confrontare con qualcosa che ha segnato in qualche maniera la nostra esistenza.
“Oblivion With Bells” è un ritorno, con nuove storie e aneddoti vecchi, alcune cose buffe per la loro costante ingenuità e altre che fanno guardare al passato come a qualcosa di ancora vivo e presente accanto a noi. Non si può parlare di evento, è una vecchia fiamma che conosciamo anche nei suoi organi interni, e non certo una sorpresa come Guy Gerber o un nuovo singolo di Redshape, però è qualcosa di cui certamente parleremo agli amici, su cui ripenseremo magari nei giorni a venire, facendoci una sontuosa sega mentale senza troppi scrupoli.

Parlereste male senza il minimo rimorso di una persona che avete amato e che per le numerose strade della vita si è andata perdendo? Beh, forse sì, ma non io. Con “Hundred Days Off” avevo perso fiducia nella macchina da guerriglia sonora degli Underworld, c'era stata una mancanza di contatto, una freddezza che ha fatto più male di quanto sarebbe stato logico aspettarsi. Nonostante tutto, forse irrazionalmente, ho imparato ad accettare anche quel disco. Ma cosa aspettarsi dopo 4 anni? Delle mini-uscite piuttosto discutibili e un'incomunicabilità spiazzante mi hanno fatto preparare al peggio.

“Oblivion With Bells” non è altro che un disco normale, con un paio di errori grossi, dovuti a mancanze di gusto inusuali per una band che ha sempre fatto della classe uno dei suoi marchi di fabbrica, nella fattispecie “Ring Road” e “Boy, Boy, Boy”, ma con ancora il genio di una volta che si aggira sotterraneo per uscire e mostrarsi in tutta la sua bellezza. “Beautiful Burnout” raccoglie i fasti di una volta, quel flusso di coscienza tipico del cantato di Hyde torna a sposarsi con il ritmo incessante di Smith, si vola altissimi dentro una trance dilatata sotto le parole filtrate. C'è lo spirito di “Born Slippy” girato e messo sotto frazione, una specie di antitesi al muro sonoro che dodici anni fa investì tutti, si attraversa non più un risveglio ma un omicidio senza il momento della morte, solo il gesto per cui tutte quelle speranze nate un decennio fa si disintegrano come in un epitaffio musicale.
È l'unico punto di contatto con una storia andata, assieme alle aperture ambient di “Best Mangu Ever”, che danno ancora traccia di estro e vitalità.

Quel che rimane è maniera, precisa e curata, con cui baloccarsi per qualche volta e poi scordarsene rapidamente, sperando ancora che il prossimo sia il giro buono, tra qualche altro anno, tra qualche altro incontro inaspettato.

Mi dispiace e solitamente non sono così accorato o smaccatamente sentimentale, mi scuso con chi legge, ma ci sono cose che sarebbe ingiusto affrontare in maniera meccanica, Hyde, Smith e l'ex Emerson sono tra queste cose. C'è stato un tempo per amare anche loro, ora sarebbe solo accanimento terapeutico. Con immutata stima, nonostante tutto.

(06/11/2007)

  • Tracklist
1. Crocodile
2. Beautiful Burnout
3. Holding The Moth
4. To Heal
5. Ring Road
6. Glam Bucket
7. Boy Boy Boy
8. Cuddle Bunny vs Celtic Village
9. Fixed Invitation
10. Good Morning Crockerel
11. Best Mangu Ever
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