Kieran Hebden & Steve Reid

NYC

2008 (Domino) | elettronica, jazz

Giunti al quarto disco assieme, Kieran Hebden e Steve Reid sembrano sempre di più una coppia dannatamente efficace. Il primo (meglio noto come Four Tet) gioca da sempre in un territorio sospeso tra digitale e analogico, tra elettronica e strumenti più convenzionali, in un complesso conflitto interno che finisce inevitabilmente in esplosioni di gioia e colori. Il secondo, invece, ha segnato la storia del jazz, esibendosi assieme a figure del calibro di Miles Davis e Sun Ra, suonando la batteria in maniera istintiva e viscerale, come in un coito musicale fatto di calde percussioni e viscerali pulsioni. Inutile sottolineare come, tra i due, la sintonia sia scattata sin dal primo episodio della loro solida collaborazione (“The Exhcnage Sessions, Vol. 1”: era il 2006).

“NYC” segna un progressivo abbandono della forma più improvvisata che caratterizzava i dischi precedenti; se in quegli episodi, infatti, la collaborazione sembrava più qualcosa di estemporaneo, assumendo il connotato di divertissment puro e semplice (che nonostante ciò ostentava grande qualità), in “NYC” i due si rimboccano le maniche e cominciano a fare sul serio. Le atmosfere sono varie e dalla mutazione facile: si possono incontrare momenti più plumbei e tribali come accelerazioni funk degne degli anni 70, così come standard jazz sfigurato e aggiornato. In ogni caso, il leit motiv è rappresentato dalle percussioni ipnotiche e selvagge di Reid, sulle quali il buon Hebden costruisce enormi caroselli elettronici, tra campionamenti di fiati e intuizioni al laptop.

Siamo catapultati direttamente in una giungla metropolitana dalle trame fitte ed ermetiche: la densa ascensione dell’opening “Lyman Place”, governata da un groove sintetico su cui si divertono le pelli di Reid, trasporta l’ascoltatore per mano nei meandri del suono newyorkese. Seguendo un ipotetico filo rosso appare, subito dopo, un ritmo funk che sembra estratto da qualche session davisiana, periodo elettrico, rifratta attraverso la mano giovane e lungimirante di Hebden, divenendo una sorta di mantra elettronico infinito (“1st & 1st”).
I pezzi che compongono il disco sono tutti mutevoli, caleidoscopici e in continuo movimento. “25th Street” potrebbe essere un brano techno suonato unplugged come anche una variazione sul tema della psichedelica e del kraut-rock più spaziale e minimalista.

Paragonando il disco a una partita di carte, ritmo e melodia (il primo rappresentato da Reid, la seconda da Hebden) si spartiscono la posta in gioco. Ovviamente è il ritmo a dettare le regole, ossessivo ed estatico, dall’inizio alla fine dell'album. Nonostante ciò, la melodia scopre le sue carte migliori e si mostra nella sua ipnotica quanto timida presenza negli ultimi due pezzi. “Departure” è solcata da accenni di suoni orientali, frammentati e confusi; “Between B & C”, invece, si dimostra molto più stratificata e complessa, con un campionamento di piano in loop circolare veramente azzeccato, che riporta alla mente certe atmosfere chicagoiane.
La perfetta comunione delle due anime del disco si fa concreta nel pezzo centrale, “Arrival”, dove le percussioni compulsive e calde sono graffiate da piccole scosse elettroniche e accompagnate da un delicato riverbero di chitarra.

“NYC” è un disco bello, appassionante e intellettuale, senza però cadere nella prolissità e senza essere fine a se stesso. Le sue atmosfere, a metà strada tra il jazz più sperimentale e l’elettronica più analogica, sintetizzano perfettamente i suoni che hanno sempre caratterizzato New York. Concludendo, questo lavoro è da consigliare a chiunque abbia voglia di ascoltare della buona musica, moderna ma che non disdegna il passatismo, intelligente senza mettere da parte il divertimento; e comunque, un altro capitolo di una collaborazione di gran classe, destinata a lasciare il segno.

(24/12/2008)

  • Tracklist
  1. Lyman Place
  2. 1st & 1st
  3. 25Th Street
  4. Arrival
  5. Between B & C
  6. Departure
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