Personaggio dalla doppia vita, questo Raz Ohara. Di giorno raffinato
songwriter chitarra e voce (il suo esordio, "The Last Legend", targato 2001); di notte affermato
vocalist della scena elettronica berlinese (è recente la sua collaborazione con
Apparat). Il frutto delle due anime si chiama "Raz Ohara And The Odd Orchestra", un nugolo di canzoni fra intimismo e oscurità.
Chitarra acustica, sottolineature orchestrali, intrusioni di elettronica: questi gli elementi miscelati dal danese; eppure i risultati sono disparati. Tra una ciondolante litania folk ("Happy Song"), un solare e delizioso affresco soul ("One"), una distorta ispirazione
buckleyana ("Set on You"), si intrufolano momenti di tutt'altra provenienza. La soffocante "Counting Days" e il singolo "Kisses" usano le tastiere in modo disturbante, per inspessire l'atmosfera; mentre temi più rarefatti disegnano "Where He At", che ricorda i
Mùm, e l'intenso strumentale "Love for Mrs. Rhodes".
In comune al grosso dei brani è l'
imprinting, grazie a un sincero senso d'angoscia, neanche poi tanto latente, che pervade le composizioni di Ohara.
La scrittura è di qualità, il rivestimento sonoro anche: a non giovare è piuttosto il troppo carico d'introversione che appesantisce la struttura, priva di un adeguato numero di valvole di sfogo (emblematica "The Case"). Comunque, un buon lavoro, che non mancherà di trovare meritati estimatori.