Sole

Desert Eagle

2008 (Anticon) | hip-hop

Dell’ambiente Anticon, Sole è sicuramente uno dei personaggi più bizzarri. Non solo per il lato musicale, il più roots-oriented della label, ma anche per il suo aspetto eccentrico e trasandato. In sede live, poi, vederlo sul palco con solamente un microfono e un pc a fare meraviglie è entusiasmante e fa pensare: chi, nel mondo nigger hip-hop odierno, quello dei dollari che piovono dal cielo e delle superproduzioni, sarebbe in grado di imitarlo?
Presente sulle scene da un decennio ormai, Sole (al secolo Tim Holland) ha all’attivo svariati dischi, tra cui almeno un capolavoro (“Selling Live Water”, 2003), e numerosi 12”; la sua è una carriera sotterranea, umile e poco visibile, all’ombra di nomi più roboanti e acclamati in ambiente anticoniano. Nonostante la scarsa visibilità (o proprio grazie a questa), Sole è autore di dischi intelligenti, emozionanti, che piacciono sia ai b-boys che ad ascoltatori insospettabili. Il suo è un hip-hop vero, sentito, sofferto e DIY come avrebbero voluto i padri fondatori del genere.

“Desert Eagle” è il nuovo lavoro di Holland: a distanza di cinque anni da “Selling Live Water” (ultimo disco su Anticon) e di tre dall’ultimo album a nome Mansbestfriend. E’ vero, c’è stata anche la collaborazione, lo scorso anno, con la Skyrider Band; ma in fondo era un episodio defilato, seppur interessante, nella discografia del nostro. “Desert Eagle” è invece partorito esclusivamente da Holland, e si sente.
Dodici pezzi, poco meno di quaranta minuti, per un disco che è il più meditativo ed emozionale della carriera di Sole. Sin dal primo pezzo, “Shock”, ritroviamo la puntigliosità del beat, la precisione della voce, la cura finissima messa nelle rare melodie. Sole, al di là dell’aspetto da alcolista anonimo e della produzione dei suoi dischi (notoriamente su standard non eccellenti), è in realtà un certosino dell’hip-hop: nessun beat cade invano, nessuna rima è fuori posto, nessun synth suona senza un chiaro intento.

La parole chiave per poter capire questo disco è: rancore. Quello che emerge ansimante dall’ossessiva “This Old World Don’t Need Hope”, tanto cruenta nel beat e tragica nelle melodie, quanto asfissiante nel flow. Oppure quel rancore che trasuda lentamente da “You Don’t Need Termometer”, con il synth a delineare una melodia distorta che riecheggia in circolo, per poi stemperarsi solitaria nel finale. Melodia distorta e deforme che dà la base a “Looked Upon Soldier”, dove però riesce ad allargare il campo visivo e lascia entrare un po’ di luce in un disco tremendamente buio.

Il tocco di Sole si sente, è preciso e accurato nel curare i beat e ricercato e originale nello scrivere i testi. Le canzoni ci sono, i suoni anche, ma manca un ingrediente fondamentale: la voglia di ferire. Perché “Desert Eagle” riesce solamente a graffiare, a incidere finemente la superficie senza voler affondare gli artigli nella carne (come invece facevano i primi dischi del nostro). Sole ha puntato questa volta più ai mezzi che al fine, sfornando alcune canzoni interessanti (“Progress”, incredibilmente east coast nella sua linea melodica, è un pezzo degno del pantheon anni 90 dell’hip-hop), ma un disco mediocre, scialbo e insipido. Peccato.

(10/11/2008)

  • Tracklist
  1. Shock
  2. My Concept
  3. This Old World Don't Need hope
  4. The OWners Of The World
  5. Tar On Tar
  6. The Numbers
  7. You Don't Need A Thermometer
  8. Looked upon Soldier
  9. Progress
  10. Sedone
  11. Plenty Of Room For Doubt
  12. Untitled
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