Per dire, la bellissima "Le Tigri Dell'Ira" che apre il disco, tra tribalismi ipnotici e visioni etno-acide alla O Yuki Conjugate, va a situarsi in quella zona grigia - chiamiamola "sacredelica" - in cui formazioni come High Wolf o Dreamcolour non hanno ancora mantenuto quanto promesso.
Epiro dimostra di saper padroneggiare la materia sonora di cui dispone, combinando abilmente elementi compositivi e improvvisativi. E' da notare infatti come il suono conservi una sua circolarità - che ne rende lodevole l'ascolto - seppur venga a tratti sventrato da improvvisazioni che ne ampliano la dimensione espressiva.
Tant'è che le acusticherie free form di "Naja Nigricollis" lasciano pensare a una versione panteistica dei Peeesseye. Tra echi di voci lontane, lamenti di spiriti della terra e versi di animali geneticamente modificati, il resto scorre come un'unica suite retromoderna, da cui è piuttosto semplice lasciarsi ammaliare. Chiudete gli occhi e vi ritroverete nell'incubo in una foresta amazzonica ricoperta d'asfalto e tubolari d'acciaio.