Peeesseye

Mayhem In The Mansion, Shivers In The Shack

2007 (Evolving Ear) | avant-folk

Dall’improvvisata al grindcore e da qui al free-folk per farsi nuovamente improvvisata.
Sono ladri d’anime i Peeesseye, autori di una musica contaminata al punto di farsi perfetto distillato di fantasie troppo proibite per suonare usuali, al di là dei generi e delle aspettative, finanche della comprensione, come un rito pagano consumato in giardino e dal quale tenersi lontani. Perché sono davvero “danni nelle ville e brividi nelle baracche”.

Inizialmente fu una forma minimale di improvvisazione radicale, fatta di strappi, rigurgiti e stridori, talmente “povera” da doversi definire necessariamente negli interstizi col silenzio, il bianco infinito su cui pennellare sgarbate macchie di nero rumorista. Poi si accorgono che la scena dell’improvvisazione è troppo autoreferenziale e si camuffano coi tratti più abbietti dell’estetica metal, salvo cambiare di nuovo le carte in tavola per inventarsi una forma di esoteric-folk non così lontana da maestri come Current 93 e Nurse With Wound, eppure di chiara derivazione impro.

Un disco monolitico, “Commuting Betweeen The Surface And The Underground”, tanto che il nuovo album ne sembra un’evaporazione.
Il suono si assottiglia, si frammenta e infittisce di dettagli fino a farsi instabile e nervoso come accadeva agli esordi. E allora “Revival” è epos spagnoleggiante come lo suonerebbero i Jackie O-Motherfucker, ma imbastire banale e psichedelico free-folk non sta nelle corde di un gruppo di veri “musicisti”, così già “Moon Vegetables”, se ascoltata con attenzione, fa capire le differenze. La chitarra acustica di Chris Forsyth accenna a movenze e pennate folk-blues, mentre Fritz Welch alla batteria dimostra una consapevolezza della natura rituale di certi particolari suoni tale da scomodare paragoni con Charles Gocher dei Sun City Girls e il Charles Hayward che guardava all’estremo Oriente. La sua capacità strumentale non conosce paragoni all’interno del carrozzone weird-folk degli scampanellamenti casuali e del percussionismo ebete. Il suo biascicare nervoso porta con sé memorie grind per farsi preghiera empia e disturbante, mentre Jaime Fennelly, con synth e harmonium, talvolta crea tappeti celestiali, talaltra scarabocchi sonici e altrove corpose masse di suono elettronico che vanno e vengono, cascano nel vuoto e si riattizzano improvvisamente, come accade in “Plastic Grass”, grumo sanguinolento di ansia malamente sfogata e angoscia indotta.

La title track è poi un lento crescendo di austerità corale e cerimoniale slide-guitar, con le bacchette di Welch mai così vicine a figurazioni free-jazz, mentre la sua grancassa in “Night Flowering Artery” è una sequela di fuochi artificiali, per officiare l’ennesimo culto insano alla perdizione, con contorno di cocci e bicchieri gettati a terra. E con “Riding On The Curly Head Of A Man From Coney Island In A 280ZX” arriva lo sfogo, sotto forma di duetto di emulsioni grigio livide di Forsyth e Fennelly, finché non irrompe un forsennato Welch a creare scompiglio e baraonda (e qui il gruppo suona davvero come una versione dark-futuribile dei Sun City Girls o una versione free-folk dell’AMM). Il caos avanza per alcuni minuti finché tutto non si ricompone nella ballad, notturna e inquieta come non mai, di “(Zoltan Is) My New Bird”, esercizio rituale di contenzioni angosciose.

Se non trovate più i vostri incubi, cominciate  cercarli da qui.

(17/11/2007)

  • Tracklist
  1. Revival
  2. Moon Vegetables 
  3. Plastic Grass 
  4. Mayhem in the Mansion, Shivers in the Shack 
  5. Night Flowering Artery 
  6. Riding on the Curly Head of a Man from Coney Island in a 280ZX 
  7. (Zoltan Is) My New Bird
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