Buster Blue

When The Silver’s Gone

2010 (self released) | alt-folk

Buffalo Bill e il suo circo western, Mark Twain e i suoi compagni di bevute: immagini color seppia tra le pagine di storia della Piper's Opera House di Virginia City, Nevada. In più di un secolo e mezzo, nessuno era mai salito sul palco di quel teatro per registrare un disco. Per i Buster Blue è stato come immergersi nel cuore segreto dell'America, come entrare in contatto con un tempo dimenticato. Cercavano un luogo capace di dare alla loro musica il calore e la profondità dei dischi di una volta. Hanno trovato molto di più: un luogo capace di divenire esso stesso lo spartito del loro animo.

Ha l'aspetto di una città fantasma, Virginia City. Nata con la scoperta delle miniere d'argento, abbandonata quando le viscere della terra sono state prosciugate. A guidare lì i Buster Blue è stato il produttore Zak Girdis: nel cuore dell'inverno, tra le cime della Sierra Nevada. "È stata un'esperienza di quelle che ti cambiano la vita", ricorda il leader della band americana, Bryan Jones. "C'è una tale quantità di storia tra quelle mura che puoi quasi sentirla mentre suoni".
Tra le memorie della Piper's Opera House, i Buster Blue perdono un po' dell'ingenua avventatezza che animava il precedente "This Beard Grows For Freedom", barattandola con la coscienza di una sofferta maturità. Piuttosto che una semplice raccolta di canzoni, "When The Silver's Gone" ambisce a presentarsi come una sorta di rappresentazione in due atti, in cui per la prima volta Jones condivide la scrittura dei brani insieme ad Andy Martin. Tra Appalachi e Carpazi, il folk dei Buster Blue disegna i confini della propria repubblica invisibile con uno spirito nomade degno di Elvis Perkins. "La musica folk è musica scritta per la gente", afferma deciso Jones. "Ha a che vedere con la vita, la morte, l'amore, il lutto: tutte cose che riguardano direttamente ciascuno di noi".

È sulle note di un addio che si apre il sipario, un ultimo saluto prima di addentrarsi nella selva oscura dell'esistenza: creature senza volto attendono nel buio, qualcuno fuma un sigaro con il ghigno di un clown. "Into The Trees (Demons At Play)" parte nostalgica tra banjo e chitarra, ma subito l'ingresso del gruppo al completo riempie lo spazio come una banda al chiaro di luna. Lo scalpitare febbrile di "On The Line" annuncia il momento del distacco con un tono vibrante, avvolto dalle coloriture della fisarmonica. Poi, tra i pigri riflessi di ottoni di "Tabletop", i Buster Blue vestono i panni di un'orchestrina swing sbucata da qualche vecchia pellicola noir.
Che cosa succede quando l'argento se n'è andato? Come si può affrontare la realtà quando sembra che ogni tesoro sia stato rubato? Il cuore di "When The Silver's Gone" gravita intorno a questi interrogativi: "abbiamo attraversato grandi cambiamenti nelle nostre vite", racconta sempre Jones, "abbiamo sperimentato la perdita, la separazione e il significato di cominciare a crescere".

Come un lamento dall'oltretomba, "Funeral March Interlude" fa da cesura tra le due parti dell'album con la solennità del vecchio organo a pompa della Piper's Opera House. Le catene che riecheggiano sullo sfondo sono le stesse usate da Johnny Cash in "Ain't No Grave": a prestarle ai Buster Blue è stato uno dei collaboratori di Rick Rubin, Kevin Bosley, impegnato insieme a Zak Girdis alla consolle. L'ombra dell'Uomo in Nero si aggiunge così ai fantasmi del vecchio teatro, mentre una cantilena da chain gang si fa strada sempre più irruente: è "Rise Up", chiamata alle armi e inno al riscatto, vero e proprio punto di svolta del viaggio.
Tra struggimenti pianistici ("Bluebirds & Honeybees"), fiati cullanti ("Me & The Wolf") e ardori inquieti ("Bloody Your Teeth"), è la nudità in presa diretta di "Dead" a tirare le fila della strada percorsa: quando è il destino a chiamare il tuo nome, è impossibile sfuggirgli. "Would you ask me what I've got behind my back, but it's not a lot (...) It's a bullet and it's calling your name".

Sotto l'antico lampadario del teatro, i Buster Blue sembrano sbucati dalla copertina dei "Basement Tapes" dylaniani. "Uncle John" Curran, l'accordatore della Piper's Opera House, comincia a suonare il pianoforte e tutti si fermano ad ascoltarlo. È un vecchio ragtime di Irving Berlin, intitolato "Kiss Me My Honey, Kiss Me". Fuori, la neve ricopre le strade deserte di Virginia City, mentre le note si diffondono in un silenzio rotto solo dagli scricchiolii delle assi del palco. Per un istante è come ritrovarsi catapultati nel salone dell'Overlook Hotel, tra gli spettri che prendono vita dalle cornici delle vecchie fotografie appese alle pareti. I Buster Blue suonano per loro, e gli spiriti tornano a danzare con un diafano sorriso sulle labbra.

(13/10/2010)

  • Tracklist
  1. Into The Trees (Demons At Play)
  2. On The Line
  3. Cowboys & Indians
  4. Strange Love
  5. Tabletop
  6. The Worst Thing
  7. Funeral March Interlude
  8. Rise Up
  9. Bluebirds & Honeybees
  10. Little Bird
  11. Me & The Wolf
  12. Bloody Your Teeth
  13. Dead
  14. Kiss Me My Honey, Kiss Me (Exit Music)




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