Buster Blue

This Beard Grows For Freedom

2009 (self released) | alt-folk-rock

Il sole batte implacabile sulle pietre. Dalla fila dei carcerati si leva un canto nostalgico, scandito dal ritmo dei picconi. Il passo da chain gang che apre il disco d'esordio dei Buster Blue sembra sbucare direttamente dalla scena iniziale di "Fratello, dove sei?": e in effetti, per scovare le origini di "Ain't No Heaven On The County Road", bisogna risalire fino agli anni Trenta, a una registrazione di Slick Owens raccolta tra i campi della South Carolina. Tra urla al megafono, cori e clangori di catene, verrebbe quasi da scommettere che a ridarle vita sia davvero un gruppo di avventurieri appena sfuggiti ai lavori forzati...

"Siamo qui per combattere il crimine e liberare i locali dalla musica acustica noiosa", proclamano spavaldi i Buster Blue. In pratica una sorta di Watchmen della Grande Depressione: "folk-superheroes", li hanno definiti... Loro stanno al gioco e accettano con un sorriso la missione di ridare carne e sangue alle radici della loro terra. "Un tempo la musica folk aveva uno scopo", spiega Bryan Jones, che dei Buster Blue rappresenta l'anima - anche se preferisce presentarsi solo come un semplice portavoce. "Quando la gente pensa al folk, pensa a dei vecchietti che cantano dei loro gatti. Io invece penso alla gente che ha dato origine al folk e al modo in cui erano appassionati. Non sto parlando degli hippie degli anni Sessanta, ma di gente che aveva la polvere sulle corde delle proprie chitarre prima di suonare". Ecco, "This Beard Grows For Freedom" è fatto di questo "folk con uno scopo": un disco che ha la brevità e la forza di una sfida messa a segno a colpo sicuro.

Reno, Nevada. Sì, proprio dove quel tale raccontava di avere sparato a un uomo solo per vederlo morire... Non potrebbe esserci luogo migliore, per ospitare una gang di fuorilegge del "folk-thrash" come i Buster Blue. Sono cresciuti insieme, i sette alfieri della band: dopo la scuola, Bryan Jones e Jay Escamillo si chiudevano in casa per costruire strumenti musicali artigianali e improvvisare improbabili jam session. "Stavo pensando a un nome per la band quando ho visto l'immagine di un vecchio con gli stivali", racconta Bryan Jones. "Dato che di solito penso sempre per immagini, mi sono chiesto quale dovesse essere il suo nome. Logicamente, come è ovvio, il suo nome era Buster Blue...".
Al debutto su disco, lo spirito dei Buster Blue non sembra essere cambiato da allora, almeno a giudicare dal modo in cui Jones e soci giocano a scambiarsi continuamente ogni genere di strumento, dalla fisarmonica all'ukulele, dalle catene alla tromba. Una combriccola di ventenni che non fa mistero della propria passione per gente come Tom Waits, Neutral Milk Hotel e Eels ("Daisies Of The Galaxy" ed "Electro-Shock Blues" mi hanno cambiato la vita", confessa Jones), ma che non disdegna nemmeno di tuffarsi a capofitto nella musica di New Orleans, nelle danze dell'Europa dell'Est o in qualche vecchio spiritual.

La vivacità agreste di "Señora Galicia" fa subito spazio a una fanfara da marching band, abbandonandosi a un'irruenza festosa degna del miglior Langhorne Slim (insieme al quale i Buster Blue hanno condiviso non a caso il palco di recente). Ci sono incanti di sirene e ombre di donne infernali, nelle canzoni dei Buster Blue; ci sono sapori antichi e palpiti corali. La viscerale energia di "Damascus" porta i Beirut al teatro degli Squirrel Nut Zippers con un contagioso esplodere di percussioni, fiati e grida, mentre il pianoforte e il sax guidano "Shoes And The Places You Put Them" verso un country-gospel scherzosamente solenne.
Ascoltando l'eco del vecchio grammofono da cui sembrano provenire gli spettri di "Science, Sleep, Dreams" diventa facile illudersi di poter prendere davvero la luna al lazo dal tetto di casa. Cullati dalla serenata in punta di banjo di "Moonlight" si finisce per ritrovarsi a fischiettare un motivo svagato al suono dell'armonica. E l'accordion su cui naviga sospesa "Isabelle" porta a lambire le rive del fiume Okkervil con il suo crescendo.
Alla fine, tra i cinguettii di un pomeriggio di sole, bastano poche note sparse di piano e chitarra per dare al bozzetto di "Will You Wait" il senso di un commiato denso di attesa: quando c'è qualcuno che aspetta alla fine della strada, si può andare avanti anche solo per sentire il rumore dei suoi passi in lontananza. "I would follow you around / Just to hear the sound / Of your feet against the road / Got to let me know / Will you wait for me".

(23/07/2009)

  • Tracklist
  1. Ain't No Heaven On The County Road
  2. Señora Galicia
  3. Moonlight
  4. Science, Sleep, Dreams
  5. Damascus
  6. Shoes And The Places You Put Them
  7. Isabelle
  8. Will You Wait
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