A tre anni esatti dall’acclamato “
The Bliss”, torna a circolare il nome di Hendrik Weber nello sterminato firmamento elettronico europeo.
Accantonato per sempre qualsiasi minuscolo richiamo
shoegaze e depositate le prime astrazioni
electro-noise, il giovane produttore di Amburgo è riuscito finalmente a compiere il passo più importante, ovvero dare un senso
techno minimale alla sua fiorente immaginazione. “Black Noise” è il terzo disco dell’ex- rampollo di casa Dial, e conferma l’invidiabile svolta nell’ossatura del suono targato Pantha Du Prince. Non a caso, Weber ha fortemente voluto con sé personaggi del calibro di Tyler Pope (
!!!,
Lcd Soundsystem) e Noah Lennox (
Panda Bear),
guest star tutt’altro che di contorno.
Field recondings strappati ai sontuosi pascoli elvetici, anagrammi compositivi di natura
detroitiana, bassi campionati come onde calde tessono l’indefinibile tela dell’opera. E’ rumore nero che cerca di trasmigrare disperatamente verso tonalità più accese. E’ un’illusione pulsante e magnetica. Qualcosa di scintillante e torvo.
Il ragazzo comparso dal nulla per dare una scossa alla cosiddetta
dancehall intelligente stavolta assume le sembianze di un alieno sceso sul nostro pianeta per coltivare la terra e assaporarne i frutti. E così, l’album è un continuo saliscendi di umori e suoni mutevoli nel tempo. La sola “A Nomads Retreat” poggia su ritmiche divergenti, in un’estasi di battiti
craig-
style e pause siderurgiche. In “Black Noise” si suda come conigli e ci si sofferma sui particolari più bizzarri (“Abglanz”).
Weber sa anche rallentare e accelerare con eleganza, in un algido
collage di rumorini e incitazioni cadenzate. In tal senso, “Bohemian Forest” è tutto uno sfarfallio di cristallizzazioni
hebdeniane e giochini al
laptop, mentre “Behind The Stars” pompa come una forsennata, collassando come una supernova nel finale.
Groove assassino e sinapasi
chicagoiane:
chapeau.
La circolarità del
beat di “Welt Am Dhrat” condita da morbide sventagliate rivela lo spirito nobile del disco, così come lo
yoga elettronico di “Im Bann” ne infittisce la trama.
Il rischio è di perdersi in un labirinto di svolazzi elettrici,
sample corrosivi e alienazioni assortite. Ma è un azzardo decisamente piacevole.