Poisucevamachenille

Poisucevamachenille

2010 (Outline) | avant-rock, avantgarde

Ezio Piermattei, già genietto pop della sigla Levis Hostel, fornisce un’ulteriore prova della sua (purtroppo misconosciuta) intelligenza realizzando il poemetto di “Poisucevamachenille”. Questo brano di 31 minuti, il suo apice artistico supremo che dissolve letteralmente quanto finora prodotto con la precedente sigla, è un omaggio a Fugs (“Virgin Forest”) e Residents (“Six Things To A Cycle”), a tutti gli effetti: spunti violenti, montaggio sonoro dell’assurdo, stereofonia balorda, esperimenti pseudo-minimalisti, deflagrazioni vocali, elettronica spartana, sarcasmo oltranzista, imitazione artificiale degli stilemi naturalisti, tribalismi dello spazio.

 

I primi 3 minuti sono dedicati a una concertazione che è un’accordatura (o meglio, a un’anti-accordatura) della (non-)strumentazione in gioco: dissonanze quiete ma estreme di gargarismi di archi raspati, glockenspiel dodecafonico, tempo orrendamente fratturato.
Un tam-tam spastico, un canto nasale, distorto, filtrato e folate casuali di distorsioni elettroniche imbastiscono una corale a cappella che sembra presa di peso da “Not Available”. Un nuovo “speaker” Residents-iano si produce in un’apologia-recitativo, supportato da un’associazione tutta Faust-iana tra musique concrete rozza-primitiva e una melodia invisibile.

Un nuovo riferimento ad altri maestri del collage sperimentale, i Negativland, emerge quando Piermattei fa collimare campioni di parlato a bisbigli spettrali (su cui poggia un orrendo vaudeville per sax sintetico). La voce, che entra quasi sempre a tradimento, più disturbante che mai, altro non fa che aumentare i contrasti e le giunture non-sense. Nulla si crea e nulla si distrugge in questo viaggio a singhiozzo; nulla si coalizza in una pompa di grandeur, ma l’insieme funziona comunque meglio della somma delle parti. In un silenzio di distorsione digitale e carillon da neonati appare un coro un po’ alieno e un po’ sfattone alla Incredible String Band, come un miraggio.

A circa metà piece, un pianoforte interrompe tutto esibendosi in un boogie scheletrico, su un vociare putrido e strati di distorsione pigolante. La spontaneità della strumentazione e le soundscape irrazionali fino alla paranoia evocano l’immagine di un remake del “Tubular Bells” di Mike Oldfield in una raffigurazione di Hieronymus Bosch.
Il mixtape strampalato raggiunge, al 18’, qualità di cabaret berlinese, o da colonna sonora per una slapstick dei fratelli Marx in decomposizione, che poi dà luogo a un nuovo silenzio in stile Faust con improvvisazione casuale di glockenspiel.

Quanto segue è l’inizio della fine. Uno spezzone di pop-song lisergica che sembra una parodia dei Jennifer Gentle degenera in una sceneggiata demoniaca da TV On The Radio sotterranei; un pianoforte duella con allarmi atomici; un’aria d’opera distortissima si confonde con una snervante pressa industriale. E’ un marasma grottesco di suoni modellati, rimodellati e disfatti che ha davvero pochi precedenti (forse solo il Robert Wyatt di “End Of An Ear”).
Dopo questo ennesimo orgasmo rimane solo una sorta di ode di ringraziamento per viola lamentosa (ovviamente dissonante) e cantico disperato colmo di riverberi (ma a suo modo struggente).

 

Disponibile anche in streaming gratuito, supera in volata Above The Tree per dedizione, coraggio, fede, sottigliezza, metafisica, filosofia, lirica sovrumana e sottoumana della devastazione. Artwork di Barbara Gileno, la sua ragazza.

(05/08/2010)

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