Sharron Kraus

The Woody Nightshade

2010 (Strange Attractors) | folk

Nel percorso artistico di Sharron Kraus è sempre più evidente una predilezione per il lato oscuro del folk: il rifiuto della grazia pop e della soavità del revival rendono incontaminato il suo humus sonoro, che neanche in "Leaves From Off The Tree" concedeva spazio alla nostalgia o allo spirito calligrafico di molti contemporanei.
"The Woody Nightshade" abbandona il senso di delizia che sottolineava il precedente "The Fox's Wedding": chitarra, basso e batteria scarnificano i suoni, trasportando la musica in una dimensione a-temporale e arcaica, un ostracismo stilistico che enuncia una integrità che rende improbabile un approccio occasionale.

Solo prestando attenzione a piccoli particolari, è possibile lasciarsi irretire dall'impassibile musica di Sharron Kraus, così inquietante nella sua inflessibilità. Il sinistro, lancinante suono dei polpastrelli che scorrono sul ponte della chitarra, nella iniziale "Nothing", pare voler intimare agli impavidi, ai fragili, di fuggire finché si è in tempo. Eppure esiste qualcosa, forse nella voce tremula di Sharron, forse nel senso di impotente claustrofobia che a volte si scatena e si protrae verso l'ascoltatore, che impedisce il distacco da una figura sì spettrale e paurosamente indecifrabile, ma anche terribilmente umana, indifesa (si veda l'"a cappella" di "Heaviness Of Heart").
La voce conquista la forma di strumento con sonorità taglienti, oscure, mai confortevoli o rassicuranti, come in "Two Brothers", vince la sfida della contaminazione sintetica indotta da Vincent De Roquin con toni vocali ibridi e cristallini nella malinconica "Once", apre squarci dolorosi dall'intoccabile splendore negli stornelli di idilli ancillari di "Story", aprendola a contagi melodici intensi in "Rejoice In Love".

In "The Woody Nightshade" la Kraus abbandona in gran parte la ricerca sulla strumentazione tradizionale messa in pratica nel precedente disco, costruendo invece una rappresentazione chitarristica - di potenza paragonabile a un "Blue" annegato in trascendenze kraut o a scenari di un Medioevo oscuro, minaccioso - sfiorando le apocalissi di Tibet (ricordiamo che "The Fox's Wedding" era stato pubblicato presso l'etichetta di quest'ultimo). È il mondo ancestrale, lovecraftiano di una musica che fluisce al di fuori della corrente dello spazio-tempo, che obbedisce a regole che precedono la venuta dell'Uomo (ascoltare per credere la title track e la finale "Travelers Between Two Worlds").
Abbandonando fiddle e banjo, la voce di Sharron Kraus diventa tremula e brillante, come un seme velenoso che in piccole dosi cura lo spirito; il fluire armonico entra sottopelle, un suono oscuro, innaturale, nel quale filtra una luce ineffabile, che riesce a trasfigurare un insieme musicale che può apparire monocorde e involuto solo ai distratti.

Un disco, quindi, comprensibile solo a tratti, e solo per piccoli passi, che alla fine però lascia intravedere la sua vera natura: il potente affresco di un'artista unica, un lavoro irripetibile in cui Sharron Kraus è riuscita a raggiungere l'essenza della propria poetica, magari tralasciando gli strumenti della tradizione, ma confidando solo in se stessa, nella propria voce e nella propria chitarra.

(07/12/2010)

  • Tracklist
  1. Nothing
  2. Two Brothers
  3. Heaviness of Heart
  4. Evergreen Sisters
  5. Once
  6. Story
  7. The Woody Nightshade
  8. Teacher
  9. Rejoice in Love
  10. Traveller Between the Worlds
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