Sharron Kraus

The Fox's Wedding

2008 (Dutro) | folk

Sei anni sono passati dall’esordio di Sharron Kraus, folksinger britannica che già nell’album "Beautiful Twisted” offriva un folk ricco di riferimenti antropologici e culturali, il tutto accompagnato da uno studio quasi certosino sulla strumentazione e sulla poetica che impreziosiva le sue storie di amore, incesti, amarezza, terrore, morte e schiavitù femminile.
L’etichetta australiana Camera Obscura, incline alle sperimentazioni più ardite, pubblicò i primi due album, poi i vari progetti e le recenti collaborazioni con Meg Baird (Espers), Rusalnaia, Helena Espvall, Fursaxa, etc. hanno convogliato l’attenzione di chi non era inizialmente affascinato dal suo folk eccessivamente rigoroso.

Solo nel 2008, sotto l’egida della Dutro, Sharron Kraus ottiene finalmente tutta l’attenzione che merita. Sono figure storiche come Maddy Prior, Shirley Collins, Anne Briggs il punto di riferimento del suo percorso musicale che si allontana dal neo-folk avantgarde di Joanna Newsom per inoltrarsi in un contesto più arcaico.
L’estremo rigore caratterizza anche questo nuovo album “The Fox’s Wedding” che, pur essendo il più accessibile, non mostra segni di modernizzazione, alla ricerca di un nuovo pubblico, anzi: il disco è il più ambizioso ed estremo, privo di elementi estetici provenienti dalla cultura neo-psichedelica o gotica. Sharron Kraus compie il miracolo di esprimere la stessa intensità dei suoi lavori precedenti attraverso un insieme di strumenti più arcaici e delicati, la tradizione pagana già rielaborata nel progetto Rusalnaia è ora più rilevante: fisarmonica, viola, glockenspiel, upright bass, banjo si impadroniscono del suono prosciugandone la fisicità in virtù di un minimalismo che si limita ad accennare tutte le emozioni; il loro senso d’incompiuto lascia spazi vuoti in cui l’ascoltatore si perde, catturato da una intensa spiritualità.

Non più canzoni, dunque, ma racconti che mostrano una grazia e una profondità che spesso appartengono alla pittura. E' infatti la splendida copertina il biglietto da visita della nuova Sharron Kraus: l’immagine apparentemente più delicata e rassicurante contrasta con quelle di album come "Songs Of Love And Loss", ma la delicata presenza femminile rivela ombre e velature che invitano a una lettura più attenta.
La soffocante moralità del diciannovesimo secolo copre aspirazioni e sogni, svolgendo un ruolo oppressivo per le donne del popolo inglese: il sacrificio della protagonista di “Green Man”, la sofferenza di una mamma privata del suo bambino in nome della fede in "The Prophet”, l’amarezza cinica di “Robin Is Dead” sono celate dal velo poetico di composizioni delicate e graziose. Ciò che suona rassicurante è in verità presagio di sventura e di orrore.

Musicalmente  l’album recupera tutta la grazia del folk inglese arcaico, anzi pre-cristiano, con  strumenti medievali, banjo, woodwind etc., ma anche la musica più dolce e amabile cela una profondità maggiore: dietro la disarmante semplicità, c’è un raffinato uso del folk primigenio, un minimalismo espresso in modo sublime in capolavori come “Green Man” o “Harvest Moon”.

Dodici brani come i mesi di un calendario, tutti scritti da Sharron tranne “Thrice Toss These Oaken Ashes” di Thomas Campion (1567-1620).
Della poesia di “Green Man” abbiamo gia detto: la musica dal tono rinascimentale si avvale di secche note di piano mentre il tocco garbato del flauto spezza la tensione dell’interpretazione vocale. Ricca ed elaborata "In The Middle Of Summer" col suo magnifico arrangiamento per orchestra, mentre delizie acustiche ricamano trame più ardite. Ma il miracolo si compie in “Robin Is Dead” (per sola voce e flauto), frantumando qualsiasi perplessità dell’ascoltatore.

Compatto e continuo, l’album si rivela anche poliedrico, con episodi inaspettatamente leggiadri, come “Ruthlass And Alone”, che su armoniche di chitarra acustica semplici ed efficaci racconta di solitudine e disperazione attraverso esigue parole, o come la festosa conclusione di "Maggie Child", sostenuta da una fievole tastiera con cori fanciulleschi e suoni cristallini che riportano all’incanto iniziale di “Brigid”, delicata ballad dai toni pastorali che tra campanelli e suggestioni psych-folk anni 60 sembra provenire dal capolavoro di Linda Perhacs “Parallelograms”.
Più vicine alla tradizione folk rurale “July Skies” e “Would I”, eteree ballate con poche note di banjo e tenui accordi di violino; complessa l’architettura orchestrale di “Harvest Moon”, oscura e imponente, mentre a “The Prophet” è affidato il recupero della tradizione musicale vittoriana, con incalzanti strofe e contrappunti strumentali. Solo “Made My Home” mostra piccoli segni di modernità, spostandosi verso i lidi di Joni Mitchell e seguaci.

Sharron Kraus ha scritto una pagina indimenticabile del folk inglese, senza recuperare brani tradizionali e con un ciclo di canzoni rivelate con struggente passione. La sua voce ha acquisito una profondità inaspettata, il canto agre e antico ha abbandonato tutte le influenze contemporanee presenti nei precedenti dischi, viaggiando ormai fuori dal tempo. Un disco che desta stupore e meraviglia a ogni ascolto.

(04/09/2008)



  • Tracklist
01. Brigid
02. Green man
03. In the Middle Of Summer
04. July Skies
05. Harvest Moon
06. Would I
07. The Prophet
08. Thrice Toss These Oaken Ashes
09. Robin Is Dead
10. Ruthless and Alone
11. Made My Home
12. Magpie Child

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