Max Gazzè avrebbe potuto festeggiare i trent’anni di carriera con una raccolta, qualche inedito, una rilettura ordinata della propria storia. Ha scelto invece la strada opposta: “L’ornamento delle cose secondarie” non è un disco celebrativo, ma un’opera nuova, ampia, spiazzante, costruita come se il tempo trascorso dall’esordio “Contro un’onda del mare” servisse soprattutto a rimettere mano a ciò che era rimasto sospeso. Nel 1996 quel primo album colpì addirittura Franco Battiato, che volle Gazzè ad aprire i suoi concerti. Non era un dettaglio accessorio: era un disco figlio della sua epoca, crudo e tagliente, attraversato da un alt-rock ruvido su cui già si innestavano testi obliqui, accurati, talvolta ermetici. Dietro l’apparente leggerezza si intuiva un autore fuori asse rispetto alla canzone italiana del periodo, capace di trattare le parole come materia ritmica e sonora. Trent’anni dopo, quella stessa inclinazione torna al centro, ma con una consapevolezza diversa.
Chi conosce Gazzè solo attraverso “Una musica può fare”, “Vento d’estate” e altre hit popolari o le sue apparizioni sanremesi, ne coglie soltanto la superficie più immediata. Gazzè è sempre stato un bassista estroso e raffinato, un artigiano del suono, un autore capace di muoversi tra lessico, ritmo e arrangiamento con naturalezza da istrione. Anche nei momenti di maggiore esposizione popolare, ha continuato a custodire una traiettoria personale, refrattaria agli automatismi del gusto corrente. Dopo “La matematica dei rami”, alcuni singoli avevano lasciato intravedere direzioni diverse, soprattutto “L’epica della guerra”, più affine per densità e tensione civile al nuovo corso. Ma “L’ornamento delle cose secondarie” porta quello scarto molto più lontano, trasformandolo in un’opera articolata, complessa, quasi ostinatamente fuori formato.
Venti brani, circa un’ora di musica, nessun singolo apripista concepito per fare da traino, promozione misurata, strumenti reali, nessuna scorciatoia virtuale, registrazioni dichiaratamente analogiche, microfoni, nastri, risonanze, imperfezioni lasciate vivere. Gazzè lo ha definito un disco lento: più che un’indicazione di passo, una scelta di metodo, legata al recupero di materiali assopiti — testi, appunti, audiocassette, idee riemerse da cassetti e hard disk — e a un ascolto che richiede disponibilità, concentrazione, ritorno. In un’epoca in cui la musica tende spesso a ridursi a frammento, a brano da piattaforma, a un aggancio da intercettare nei primi secondi, il titolo diventa il vero programma dell’opera: dare attenzione a ciò che resta ai margini, a ciò che non chiede di essere guardato e proprio per questo rischia di scomparire.
Molti testi arrivano dalla scrittura del fratello Francesco, presenza fondamentale nella storia artistica di Gazzè, e diventano nuclei vivi attorno ai quali Max costruisce il proprio vestito sonoro. È qui che il disco ritrova idealmente il metodo degli inizi: una canzone concepita come organismo capace di crescere intorno alla lingua, alle sue risonanze, alle sue eccezioni. Anche per questo le strutture si allargano, deviano, respirano in modo meno prevedibile. A tratti emerge una sensibilità progressive in forma compressa e anomala: tempi dispari, cambi di passo, incastri contrappuntistici e contaminazioni tra scrittura classica e linguaggio moderno condensati dentro brani spesso molto brevi. È un prog più mentale che muscolare, legato alla libertà della forma più che all’esibizione del virtuosismo: una delle peculiarità più forti del progetto, soprattutto al primo ascolto.
Uno dei punti più discussi riguarda l’accordatura a 432 Hz, diversa dallo standard oggi più diffuso dei 440 Hz. Intorno a questa frequenza esiste da tempo un dibattito acceso, tra argomenti tecnici, suggestioni percettive e letture talvolta esoteriche. Il rischio sarebbe trasformarla nel feticcio dell’album; Gazzè, però, la riporta su un terreno concreto, spiegandola come questione di risonanza, decadimento, corpo armonico. Conta meno stabilire se il 432 Hz sia davvero una verità superiore del suono; conta di più osservare come qui diventi parte dell’arrangiamento, coerente con un disco interamente suonato e pensato per restituire materia alla musica.
Anche per questo l’elenco degli strumenti coinvolti è quasi smisurato: fiati, archi, fisarmonica, percussioni, marimba, glockenspiel, campane tubolari, ukulele, Mellotron, sintetizzatori Moog, organo Hammond, theremin, oud, ngoni, duduk, udu, oltre al basso, alle chitarre, alla batteria, al pianoforte e al cosiddetto Sintofono, ideato dallo stesso Gazzè. Può sembrare una lista eccessiva, ma dice molto dell’ambizione del disco: ogni timbro rivendica un corpo, un gesto, una presenza. Alla stessa cura rimandano la copertina e il bellissimo progetto grafico di Paolo De Francesco, parte integrante di un immaginario sospeso, quasi sommerso.
Attorno alla partitura immaginata da Gazzè si muove poi una schiera di musicisti: la pianista sudcoreana Sun Hee You, già al suo fianco in “Alchemaya”; lo storico batterista Piero Monterisi; il fidato polistrumentista Max Dedo; Adriano Viterbini alle chitarre. Anche da qui passa la natura collettiva dell’album: una visione fortemente autoriale, realizzata attraverso mani, respiri e sensibilità diverse.
Sarebbe però sbagliato leggere tutto questo come un rifiuto del presente. Gazzè non oppone l’analogico al digitale per principio: distingue lo strumento dal processo creativo e riconosce valore a ogni forma musicale capace di trasferire emozione. “L’ornamento delle cose secondarie” nasce piuttosto contro la riduzione della modernità a standard: suono corretto per abitudine, ascolto compresso, canzone pensata come funzione immediata.
Non ci sono brani killer: chi cerca la verve più scanzonata e subito comunicativa del Gazzè popolare potrebbe restare inizialmente spiazzato, anche se ciascun ascoltatore potrà individuare i propri punti d’accesso.
Il disco sceglie una strada lontana dall’aggancio facile e dal ritornello dominante. Al primo approccio può perfino sembrare ostico; poi, ascolto dopo ascolto, rivela una quantità impressionante di intuizioni, incastri e soluzioni sonore che un ascolto distratto perderebbe quasi interamente.
Anche la voce di Gazzè resta posata, controllata, mai desiderosa di prevaricare l’atmosfera. I testi meriterebbero quasi un discorso autonomo: il già citato fratello Francesco, spesso unico autore delle parole, dispiega una classe poetica fuori dal comune, fatta di ellissi, immagini dense, sintesi tagliente, lampi di senso più che narrazioni esplicite. Sono versi da leggere e rileggere dal libretto, per poi lasciarli agire dentro la musica. Max li serve senza addomesticarli, costruendo intorno a quelle parole architetture brevi – raramente i brani superano i tre minuti – eppure densissime.
L’apertura con “Il contadino magro” è già una dichiarazione di metodo: racconta la perdita delle illusioni e la trasformazione verso qualcosa di più essenziale. Il contadino diventa una figura interiore, colui che accetta l’attesa, la fatica e la misura del tempo. Anche la musica sembra muoversi dentro questa idea di lavoro paziente e stratificato: elettronica e orchestrazioni si fondono in un impasto che può richiamare il Battiato degli anni Novanta e Duemila, ma dentro una scrittura più terrena e irregolare. “L’eremita – parte II” riannoda il filo con il brano pubblicato nell’album di debutto, senza riprodurlo: percussioni quasi drum’n’bass, chitarra progressiva, fiati jazzati, memoria e reinvenzione nello stesso spazio. È uno dei brani-manifesto dell’album, insieme a “Terra madre”, altra cartina di tornasole per eterogeneità musicale, tensione melodica e respiro morale.
Il cuore del disco si muove tra eleganza cameristica, deviazioni timbriche e scrittura emotiva trattenuta. “Intermezzo bianco” vive nel dialogo tra pianoforte e violino; “Facce da vecchi” ondeggia con naturalezza anche grazie al colore antico dell’oud.
“Amo” è uno dei vertici, sospeso tra archi e theremin, dichiarazione totale e insieme perturbante; “Da piccolo” offre forse l’accesso più immediato, mentre “Sorriso largo” intreccia la chitarra di Viterbini, il basso di Max, i piatti di Monterisi e il vibrafono di Marco Molino in una trama di grande finezza, capace di commuovere proprio per la sua distanza da ciò che siamo abituati ad ascoltare ogni giorno.
“Cherubini scalzi” e “La legge dell’etica” tengono insieme raffinatezza timbrica e tensione civile; quest’ultima, nata da un testo del 1992 di Francesco Gazzè, intercetta l’attualità attraverso una domanda morale più ampia. “Attriti”, “La forma”, “Il matrimonio di tua figlia” e “Ali” spostano il disco verso corpo, distacco, limite e sottrazione. Poi “Io, Giuda” cambia passo, con una costruzione basso-batteria-chitarra elettrica che porta il monologo sulla colpa verso una spinta quasi teatrale, mentre “Rumore”, “Sul filo – parte II”, “Fatto accaduto in estate” e “Dio” attraversano caos, instabilità e rarefazione con soluzioni sempre diverse.
A chiudere arriva “L’oscurità”, sincopata e sinistra, percorsa da sintetizzatori pulsanti che non diventano mai piazzate elettroniche. Tutto resta miscelato con l’aplomb che governa l’intero lavoro: anche quando la materia si fa più cupa, Gazzè mantiene il gesto entro una misura precisa, evita l’effetto gratuito e conserva saldo il controllo della visione.
Più che un concept-album in senso narrativo, “L’ornamento delle cose secondarie” funziona come un disco di visione: i singoli episodi hanno autonomia, ma il loro peso reale emerge nell’ascolto d’insieme. La complessità attraversa orchestrazioni, commistioni tra strumenti acustici ed elettronici, asimmetrie ritmiche e incastri timbrici; l’elettronica entra con naturalezza nella materia sonora, richiamando certe ambientazioni anni Settanta e proiettandole nel presente con misura.
Dentro questa costruzione passa una materia umana concreta: tempo, infanzia, vecchiaia, colpa, responsabilità, fragilità, terra, buio. Quando lo sguardo si allarga alla tensione civile, all’etica, alla convivenza e al rapporto con il pianeta, Gazzè sceglie la domanda, la ferita, l’immagine distorta. Firma così un lavoro ambizioso, dettagliato, radicale: a quasi sessant’anni si rimette in discussione con un album che prende strumenti, metodi e suggestioni dal passato e li proietta nel presente con una libertà più moderna e impavida di molte presunte novità. E dimostra che la canzone italiana è ancora viva quando trova il coraggio di non somigliare a ciò che le viene chiesto di essere.
20/05/2026