Se partire è un po’ morire, allora ogni viaggiatore potrà valutare il passato come un insieme di piccoli oggetti preziosi sommersi da innumerevoli cianfrusaglie; e perché le valigie sono sempre più piccole e le compagnie aeree sempre più esose sui prezzi della stiva, prima di andare, dovrà trovare il coraggio di lasciarsi indietro il più e scegliere l’essenziale da portare con sé, verso quella nuova zolla di terra che, un giorno, si spera, potrà chiamare “casa”. È in questo stato d’animo che troviamo Anne Chris Bakker, al suo quinto album solista: un raccolto “addio ai monti” per la sua Olanda, terra d’origine, insieme alla malinconia dei nuovi inizi sofferta in Norvegia, dove si è oggi stabilmente trasferito. Ne scaturisce un lavoro minimale e introspettivo, più immediato rispetto alle precedenti prove con i fratelli Kleefstra e alle prime brillanti esperienze soliste, che nella sua semplicità mostra però l’urgenza dell’ispirazione e un più diretto approccio compositivo.
Realizzato con una strumentazione ridotta per poter essere trasportata con facilità (un laptop, una tastiera midi e un microfono), il disco è un affresco sulla solitudine del viaggiatore, sull’algida intimità dei “non-luoghi” tanto cari ad Augé e Brian Eno, ma anche sul fascino emanato dalla maestà dei paesaggi naturali sconosciuti.
Ma se con i Kleefstra la natura soffriva una vana lotta di sopravvivenza contro la modernità e la crudeltà del profitto, qui, attraverso la vastità ineluttabile dell’oceano, essa emerge come uno spettacolo primordiale, fonte di riflessione esistenziale.
L’utilizzo massiccio dell’elettronica (e l’abbandono della chitarra consueta), costruisce il cuore dell’album; le lunghe “Fleinvær” e “Langholmen”, sono suite di archi e riverberi, galleggiamenti di echi vibranti e distanti su calmi pad liquidi; suggestioni di addio e visioni di ghiacci perenni. Soprattutto “Langholmen” con la sua estatica tragicità ben rappresenta i sentimenti di abbandono e sradicamento, di nostalgia e mistero. Una colonna sonora cinematografica per viaggiatori che non torneranno, e che, come personaggi di Paul Bowles, nei continenti approdano per dimenticarsi, senza la velleità di voltarsi indietro.
Il finale di “Averø” chiude il disco in un tripudio di archi, tappeti e delay di piano elettrico, dove la tragedia raggiunge il suo akmé e il paesaggio sonoro prende le tinte sterminate e solitarie dei ghiacci perenni.
Unica nota dolente, il lavoro di field recording, presente soprattutto in “Nyksund” che è qui forse trattato in maniera leggermente grossolana: i suoni d’acqua e gli schiamazzi dei gabbiani faticano ad amalgamarsi con armonia alla parte musicale, e si riducono a un disturbo ambientale, mentre il piano insiste, discreto e disinteressato, nella sua dolente progressione.
Anne Chris Bakker si conferma artista sensibile e abile, e ci consegna un diario di viaggio interiore, profondo e confidenziale, nel quale stupore e nostalgia si contaminano con leggerezza; contemplare l’oceano dal vetro di un aereo dissolve il passato, e sui ricordi, come una bianca nebbia, cala una benigna obliosa immensità.
21/05/2026