The Wilderness Of Manitoba

When You Left The Fire

2010 (Killbeat / VeritŔ) | folk

Le lande sconfinate di conifere e tundra che si aprono una volta superato il cartello di uscita da Winnipeg non sono mai state così vicine. "When You Left The Fire" è infatti un fedele depliant di viaggio delle altrimenti inenarrabili, a parole, meraviglie del Canada più selvaggio. La provincia del Manitoba viene rappresentata in un grandioso, quasi monumentale affresco, di rara maturità espressiva. Il quartetto canadese esordisce qui sulla lunga distanza dopo il promettente inizio con l'Ep "Hymns Of Love & Spirits", che li aveva portati alla luce non solo nel paese natio - prova ne sia la loro prossima presenza in festival anche europei.

E' subito un movimento di fronde, una luce invernale sparsa su una vita formicolante, in un sottobosco emotivo in continua rivoluzione, nell'introduzione affidata a "Orono Park". Sprazzi ambientali nell'incipit - stalattiti di ghiaccio e pochi, flebili movimenti di insetti, come nel miglior Bon Iver - si trasfigurano lentamente in una scampagnata dalla progressione fresca e appassionata, priva di quel contegno consapevole che, nonostante tutto, accompagna i Fleet Foxes - per quanto non ci si vergogni (anzi!) a definire il pezzo una nuova "Ragged Wood". Rimane soprattutto il piacere trovare un po' di quel gusto melodico che spesso manca ad altri interpreti del movimento folk contemporaneo - persi in rievocazioni e operazioni di sartoria sostanzialmente non necessarie.
Il tema del disco rimane comunque ben delineato, questa immagine di un falò notturno come personale cono di luce, abbandonato e ripopolato all'occorrenza da persone e fantasmi che compaiono e scompaiono nel buio circostante. In questa consapevolezza del valore individuale dell'esperienza, la timidezza di certi brani dei Nostri ("November", la toccante "Hermit", "Golden Beets", senza dimenticare le ombre cinesi di "St. Petersburg" e lo psych-folk di "Sea Song") assume un pathos dissimulato al primo impatto, ma che non stenta a dispiegarsi con l'andare del tempo.

Un fuoco interiore che lascia segno di sé, all'occorrenza, dipingendo agnizioni sonore di tonanti immensità: di queste abbiamo prova tangibile e lampante nel rimbombo degli accordi di "Summer Fires", ma il furore incontrollabile di emozioni non di(s)messe serpeggia per tutto il disco. Si veda ad esempio l'accompagnamento d'archi di "St. Petersburg" e "White Water", nobile e immutabile come il dorso granitico di una parete Nord, eppure magicamente penetrata, infine sgretolata lentamente per arrivarne al cuore pulsante e indifeso, nella coda chitarra e voce della seconda.
Massima compenetrazione tra i due diversi spiriti del disco - l'assorto coro interiore e l'apertura sui grandi spazi, specchio dei rivolgimenti individuali - si verifica in "Native Tongue", in cui la discesa agli Inferi di incomprensioni sentimentali viene interrotta dalla purificazione scrosciante di riff danzanti, in un esotico rituale vivificante sulle spoglie del focolare abbandonato.

Vanno aggiunte all'impasto le suggestioni californiane, poi declinate in ululato di gruppo, di "Hardship Acres", lo sciamare di banjo di "In The Family" e, per finire, la lunga digressione strumentale di "Reveries En Couleurs", dalle tinte stranamente urbane, un dipanarsi onirico nei dintorni dei Talk Talk. Un finale inatteso ma struggente: come vedere le luci lontane della metropoli, dal proprio accampamento, in compagnia del solo crepitare della legna appena raccolta...

(10/06/2010)



  • Tracklist
1. Orono Park
2. November
3. Hermit
4. Hardship Acres
5. St. Petersburg
6. Winterlude
7. Summer Fires
8. In The Family
9. Sea Song
10. White Water
11. Golden Beets
12. Native Tongue
13. Reveries En Couleurs
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