Felice Brothers

Celebration, Florida

2011 (Fat Possum) | folk-rock

Diciamo la verità: un po' caricaturali e "caciaroni", i Felice Brothers lo sono sempre stati. E di questi caratteri hanno fatto la loro fortuna, presentandosi sul palco come se fossero ancora a suonare alle fiere agricole della campagna del New Jersey, con la fisarmonica e quant'altro. Grazie a questo approccio senza pretese e al loro divertente appeal da backyard band di figli di immigrati alla Scorsese (anche se, ormai, di ennesima generazione), si sono conquistati un posto nel panorama dell'americana contemporanea e, per questo nuovo terzo disco, un bel contratto con la Fat Possum dei Black Keys (skippate verso "Cut's Catskill Gym" per un po' di blues, almeno, pur nella confusione) e di tante giovani band di grido negli Stati Uniti.
Forse proprio questo nuovo approdo a un'etichetta di grande successo ha spinto i Felice Brothers a non accontentarsi del loro ruolo di più che onesti comprimari, simpatici guasconi che suonano con l'energia di una lotta nel fieno appena tagliato.

Da un lato, i cinque newyorkesi l'hanno fatta grossa, stravolgendo il loro sound con immancabili e smarrite escursioni sintetiche ("Refrain", "Container Ship", "Oliver Stone"), o estremizzando il loro lato più chiassoso con sconclusionate riot di strada ("Fire At The Pageant"); dall'altro, si ha la netta sensazione che la montagna abbia partorito un topolino, data la lampante inconsistenza dei brani del disco. "Smarriti", si diceva, per l'appunto, in riferimento agli scorci ambientali del disco (si vedano le drum machine e le sfumature d'organo di "Container Ship"), che paiono fungere piuttosto da palliativo all'assenza di idee melodiche, che non veri tentativi di disegnare qualcosa di più di quello che potrebbe fare una "semplice" canzone.
Anche nei pezzi per loro caratteristici ("Honda Civic"), i Felice Brothers si sentono in dovere di fare qualcosa in più, di puntare in alto, tra squilli di tromba, cambi disorientanti e un assolo di fisarmonica. Il risultato è una grossa confusione, condensata peraltro nello spazio di pochi minuti.

Forse ancora peggiore è l'effetto quando la caricatura si fa seria, come nello sdrucito piano-bar di "Oliver Stone", in cui l'accompagnamento sintetico pare ancora mal tarato, sopra le righe. Un disco, insomma, veramente drammatico per la band di New York: viste le derive di altri gruppi più o meno vicini (Okkervil River?), speriamo non sia questa l'aria che si respira nella scena d'America.

(16/05/2011)



  • Tracklist
1. Fire At The Pageant
2. Container Ship
3. Honda Civic
4. Oliver Stone
5. Ponzi
6. Back In The Dancehalls
7. Dallas
8. Cus's Catskill Gym
9. Refrain
10. Best I Ever Had
11. River Jordan
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