Jens Carelius

The Architect

2011 (Jansen) | art-folk

Quella di Jens Carelius potrebbe sembrare un'ambizione smisurata: vivere per un anno in una casa in Francia, un'opera di architettura contemporanea, e tradurne le forme, intercettarne le direttrici, astraendola e poi ricomponendola secondo nuove regole, quelle dell'espressione musicale. Per questo cantautore norvegese conta invece, c'è da scommetterci, la grande educazione musicale, quella che più che sospettabilmente pare essere la norma, e non l'eccezione, nel Paese da cui proviene.
Aveva mostrato queste sue abilità, come in una pubblica dimostrazione, nei suoi primi dischi, dalla grande fortuna critica sebbene consistano per la maggior parte di un tributo a Nick Drake fin troppo palese, per quanto ben eseguito.

In questo suo concept sull'architettura, sulla crescita dell'opera e sull'analisi di come i suoi ingranaggi vengono costruiti, Carelius confessa invece una necessità di trascendere il percorso musicale disegnato finora, in favore di un lavoro che, pur non rinnegando i propri padri putativi (non solo Drake ma il folk inglese in generale, i Pentangle ad esempio), mira a una costruzione razionale, babelica, piuttosto che al bozzetto emotivo.
Si avverte in "The Architect", infatti, una possente struttura di puro intelletto, un comporsi geometrico di suoni e parole, a creare un'astrazione plastica la cui solennità è mitigata dalla forte emotività del suo nume tutelare, sempre presente negli arpeggi e negli accordi del disco ("Father"). La tendenza alla "rappresentazione" musicale si traduce però in un'epica della Ragione che conferisce al disco anche accenti prog, come nell'introduzione, che ricorda una band dall'estetica simile, gli Other Lives.

Come in questi ultimi, il valore delle canzoni corrisponde così con il loro potere di suggestione, al confronto del quale mettersi a sfrucugliare per melodie e ritmi parrebbe proprio una riduzione materialista. Eppure "The Architect" rimane un disco scritto in solitudine, con "una chitarra a dodici corde, una matita e qualche foglio di carta". Si tratta insomma di un disco in cui la profonda vena di coerente "folk opera" ("Waiting By The Wall", "Rattling The Glass Cage") si unisce a una composizione basata su ingredienti fondamentali, prima di tutto.
Le vibrazioni liturgiche del quasi neo-folk di "Stranger At The Wheel" (nella quale si apprezza tra l'altro un fingerpicking erudito, da studioso di Jansch) sembrano confermare questa impressione di rara "semplice complessità", che è solo patrocinio dei Grandi. Da ricordare anche il glam-pop bacharachiano di "Avenue De La Mer" e i dolci arpeggi di "The Tower", col suo progressivo formicolìo che infiamma via via la traccia.  

Un disco a cui manca, forse, l'immediatezza emotiva dei grandi capolavori, ma che pare rappresentare una delle più importanti "manifestazioni" cantautorali dell'anno in corso, perlomeno.


(27/06/2011)



  • Tracklist
1. Opening
2. Avenue De La Mer
3. Waiting By The Wall
4. Between The Hours
5. How Long Can You Go
6. Auditorium
7. Stranger At The Wheel
8. Rattling The Glass Cage
9. Rider Of The Rue
10. Father
11. The Tower
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