Urge Overkill

Rock'n'Roll Submarine

2011 (UO) | arena-rock

Sedici anni. Perché gli Urge Overkill tornassero a incrociare le loro chitarre in uno studio di registrazione è stata necessaria una mezza era geologica, per quanto solo il disgelo abbia richiesto un lustro pieno per sollecitare umori anchilosati dalla troppa distanza. Sfiancati dalla nostalgia, dall’inattività e dall’ombra dei rispettivi fallimenti, Eddie “King” Roeser e National “Nash” Kato hanno realizzato già nel 2004 che l’ora di seppellire l’ascia era arrivata da un pezzo, facendo fuoco con una serie di concerti della storica intestazione offerti a un pubblico di aficionados, in giro per gli States. La nuova formazione comprendeva Mike "Hadji" Hodgkiss dei Gaza Strippers come bassista e Nate Arling dietro i rullanti, presto rimpiazzato da Brian "Bonn" Quast di Polvo e Cherry Valence. Purtroppo non ne faceva parte, invece, Blackie Onassis, depennato in partenza dal progetto per l’inaffidabilità dovuta ai suoi problemi, mai risolti, con le sostanze stupefacenti.

Nel maggio del 2011 ecco riapparire quindi gli Urge Overkill dal buco nero in cui parevano essersi schiantati una raccolta di brani inediti a esorcizzare il lungo abisso durante il quale la cometa Hale-Bopp ha avuto modo di passare a trovarci e ha già fissato la data per il prossimo rendez-vous. Noi non ci saremo. La band di Chicago nemmeno, e forse non è neanche un male. Tanto è prevedibile che anche tra duemilatrecento e rotti anni, Kato e Roeser non si saranno discostati dal rock anabolizzato e sotto Viagra (“Little Vice”) di questo “Rock’n’roll Submarine”, opera in fondo onesta e perfino commovente nella propria inclinazione autoconservativa.


Il margine di errore stavolta è infinitesimo, le sferzate acide che accolgono l’ascoltatore si collocano in un quadro di assoluta disciplina e regolarità, con un’ambizione rinnovata all’arena-rock che a questo punto appare oltremodo fuori tempo massimo. Annullate dal lungo iato, le promesse evolutive del gruppo che cantava “Sister Havana” e “Positive Bleeding” si sono arrestate alla soglia della precedente, poco apprezzata purtroppo, pagina della loro vicenda artistica. Per questo travagliato ritorno in pista, ormai del tutto incapaci di guardare avanti con un minimo profitto, gli eterni capelloni scelgono di mascherare sotto strati e strati di cerone la loro bolsa ma appassionata idea di rock. Ne esce un album positivamente reazionario e a suo modo dignitoso, il solo che potessero scrivere senza rischiare di coprirsi di ridicolo. Un’opzione che riporta senza appelli a un disco come “Americruiser”, lo stesso che (in contemporanea con i primi fuochi di Seattle) ancora puzzava terribilmente di anni Ottanta, e che ora viene preferita alla ben più comoda raccolta differenziata del quasi mainstream di “Saturation”.


Coraggiosi nel rinunciare alle lusinghe dell’altissima fedeltà, accantonata per far posto a registrazioni abbastanza spartane, alle chitarre che sovrastano ogni cosa. Stoici nel rituffarsi in una proposta sonora scavalcata da tutto e tutti già sulla linea di partenza, in anticipo sui tempi solo per eventuali e improbabili riscoperte postume. I radar del sottomarino di “Mason/Dixon” evocano un mondo sommerso, un’era musicale caduta (più o meno giustamente) nel dimenticatoio che gli Urge Overkill mirano a riesumare, con la sola compagnia dell’affetto di qualche fan irriducibile. Con smalto ritrovato e buona polpa nei passaggi (“She’s My Ride”, l’effervescente “The Valiant”, “End Of Story”, il piacevole power-pop di ritorno di “Thought Balloon”) in cui le polverose suggestioni prevalgono; col fiato corto e l’aria viziata di un revival legnoso quando a spuntarla è invece la stanchezza. L’impegno è innegabile, ma lo sforzo di King e Nash appare tanto genuino quanto velleitario. La prevedibilità dietro quella giustezza di scrittura, il piazzare riffoni, assoli, cori e refrain esattamente dove ci si aspetterebbe di trovarli, suona come una condanna. Mancano lo scarto, la digressione eccentrica, il colpo di testa. Mancano le sorprese, o uno straccio di emozione autentica. Così non si impiega molto per realizzare che quelle sonorità pure familiari non saranno sufficienti, da sole, a salvare il disco dall’ordinario grigiore delle minestre riscaldate, e dalla relativa pioggia di sbadigli (“Quiet Person”).

Sempre abili a prolungare l’illusione che il tempo si sia fermato nel 1995, i ragazzi si dimostrano altresì incapaci di disfarsi dell’ombra gravosa di un simile anacronismo. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, si può sempre dire che il ritorno in sé è già un bel risultato, tanto più per le incoraggianti prestazioni nella resa dal vivo. Un’impresa pure questa, per carità, anche se vinta (alla maniera di Pirro) una battaglia, la guerra non potranno che perderla. Per quanto bravi siano a scappare, il fantasma di Uma Thurman che balla in camera da letto sarà sempre con loro.

(27/04/2016)

  • Tracklist
  1. Mason/Dixon
  2. Rock & Roll Submarine
  3. Effigy
  4. Poison Flower
  5. Little Vice
  6. Thought Balloon
  7. Quiet Person
  8. She's My Ride
  9. End Of Story
  10. The Valiant
  11. Niteliner
  12. Touched To A Cut
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