Ci sono musicisti che ci son rimasti sotto coi
King Crimson in gioventù e non si son più ripresi. Gli svedesi Änglagård appartengono senz'altro alla categoria. Autori, a inizio anni Novanta, di due dischi
progressive squisitamente
retrò e molto legittimamente idolatrati dagli appassionati, dopo diciott'anni di silenzio discografico tornano con quattro
suite strumentali per la gioia dei fan di nuova e vecchia data.
Sui brani, c'è poco da dire. Suonano come chi conosce la band si aspetta: dinamici, stratificati, elaborati. Talvolta delicati, talvolta epici, talvolta grintosi. Talvolta, le tre cose insieme.
L'attenzione è prevedibilmente tutta sul flusso, sull'
interplay: momento dopo momento, gli strumenti si intrecciano magistralmente, in una mirabile successione di quadretti che nel loro guardare fissamente ai King Crimson "barocchi" dei primi album riescono comunque a riallacciarsi di volta in volta a
Genesis, Cathedral,
Van Der Graaf Generator,
Henry Cow...
Se è vero che alle composizioni manca un po' la direzione, dunque, va anche ammesso che raramente se ne sente la mancanza. Svolazzi di flauto, tappeti di
mellotron e bordate di basso tengono l'orecchio appagato per la maggior parte del tempo, e sarebbe sciocco sprecare il poco restante lamentandosi.