Il progetto di
Simon Heath è arrivato, con questo nuovo capitolo, a una straniante desertificazione sensoriale. L'elaborato minimalismo inquieto che raccoglieva i sentieri e gli spunti dei suoi precedenti lavori perdono qui la propria coerenza e il proprio fascino, rasentando una plasticità vuota e senza un ruolo definito.
"Reliquiae" vuole svelarsi segretamente come tunnel pregno di sporcizia e di liquami di una prigione sotterranea, dimenticata catacomba di maniache perversioni e incubi. Il disorientamento spaziale e sensoriale è dominante: non vi è alcun appiglio, nessuna evoluzione spirituale né emotiva, ma solo frammenti di campioni concreti che cercano di ordire piccoli affreschi molli e scuri.
La lentezza perversa che rendeva i precedenti lavori dello svedese densi di un'atmosfera onirica, incubatrice di fantasie deformi, è qui protratta al massimo.
Ci troviamo di fronte a un'opera prolissa, in cui la quantità di materiale supera il concetto che cerca di inglobarla. Gli unici punti d'interesse sono brevi composizioni marginali, piccoli episodi di stile in cui accenni post-industrial ed electro si incollano a una sorta di
field recordings - "Manufactured Minds", "Unveiled" e "Injection".
Per il resto ci troviamo di fronte a uno spazio vuoto, in cui non si riesce a seguire una via immaginifica precisa: troppi spunti mal curati disperdono la nostra mente fra angoli oscuri e lampade lontane, senza darci né una domanda né una risposta.