Egida Aurea

Derive

2012 (HR!SPQR) | folk-noir

La terza prova per la band genovese è un punto cruciale della sua evoluzione stilistica.
Qui, dopo il pregevole "La mia piccola guerra" e il mini-cd "Storia di una rondine", che avevano mostrato diversi aspetti della personalità e delle radici immaginifiche della band, si raggiunge una visione completa in cui la propria complessità lirica e stilistica si incastrano a delineare un percorso artistico ben definito e indipendente.
Il progetto di Diego Banchero scrive con "Derive" una delle pagine più ricche di sfumature emotive e letterarie di quel territorio malinconico a metà strada tra il folk noir e il prog più oscuro.

Si sentono chiari i riferimenti e l'influenza stilistica di band come Malombra e Il Segno del Comando, che cercavano di raccogliere l'oscurità di artisti come Jacula e Antonius Rex, mostrando un forte attaccamento a un mondo cinematografico tra l'horror, l'esoterico e le vicende di sangue.
Questo passato si mostra assimilato e portato a una nuova maturità, dentro il corpo di un naufrago disilluso e talvolta cinico verso il cielo notturno che, tra invettive e poesie mezze trasognate, cerca un'espressione ai suoi ricordi e ai suoi pensieri.
La nave abbandonata che occupa l'artwork introduce un mondo sublunare, freddo e immobile, in cui la memoria delle vicissitudini e dei dolori, delle avventure e delle passioni, è fuggita senza lasciare alcuna traccia. Da qui nascono le ballate di "Derive", composizioni che possono mostrare una certa omogeneità strutturale a un primo ascolto, ma che si dischiudono lentamente ed empaticamente.

È la forza corale e retorica delle parole che domina l'opera degli Egida Aurea. Queste segnano le nostalgiche fantasie di un'epoca passata ("Il forziere dei ricordi"), i j'accuse politici e sociali di un mondo oggi privo di figure eroiche ("La prigionia", "Vestale") ed episodi più astratti e emotivi legati a una forma poetica riflessiva ("L'ardente fiaccola della ragione").
Il rischio, come si può immaginare, è quello di costruire un castello di immagini stereotipate e già invecchiate in cui non vi è punto di energia, ma qui non accade. Nonostante il linguaggio volutamente aulico di certi passaggi, non si finisce mai in un'autocelebrazione, o in una visione arida e sigillata. I versi cantati da Carolina Cecchinato si mostrano vividi e urgenti. Un monito che, passando per i residui di un tempo lontano, intaglia la nostra immagine del presente e ci chiede di riscoprire eroi, sentimenti e fantasie perdute.

(27/04/2012)

  • Tracklist
  1. Pedagogia dell'autoconservazione
  2. Il forziere dei ricordi
  3. Trasformista
  4. Praepotens Genuensium Praepidium
  5. Vestale
  6. Odore di benzina
  7. La prigionia
  8. Sindrome di Babele
  9. L'ardente fiaccola della ragione


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