Evens

The Odds

2012 (Dischord) | post-core, slo-core

Evens è il terzo progetto significativo nella lunga e precoce carriera di uno dei massimi maitre à penser dell’hardcore/punk, qual è senza dubbio Ian MacKaye. La terza età musicale che segue fisiologicamente all’adolescenza (Minor Threat) e alla piena maturità (Fugazi). È, per di più, il suo principale gruppo post (o a latere) Fugazi, ibernati da circa un decennio anche se mai sciolti definitivamente. Per la verità anche del duo formato con la batterista e cantante Amy Farina, sua compagna nella vita, si erano perse le tracce da un po’: cinque anni dedicati alla famiglia, segnata felicemente dalla nascita del loro primogenito. Lo stesso bambino che compare in primo piano, con il Campidoglio sullo sfondo, sulla copertina del nuovo album, il terzo, guarda caso, uscito nelle ultime settimane e intitolato “The Odds”. “Pari” e “dispari”, in tutti in sensi, visto che da due ora sono diventati tre.

Al di là dei cambiamenti e dello scorrere delle stagioni della vita, dunque, c’è un senso di equilibrio e di stabilità familiare che si riflette in modo positivo sulla musica degli Evens: un post-core semiacustico e cantautorale, quasi una versione intima e minimalista dei primi Fugazi, che ha sviluppato rilievo e definizione con il rodaggio degli album e di un’intesa ormai praticamente perfetta fra i due musicisti.
I punti fermi del loro sound rimangono inalterati, anzi se possibile rafforzati: la ritmica sorretta principalmente dalla chitarra che si divide fra strumming tagliente e percussivo e picking fulminei e spigolosi, mentre la batteria della Farina ricopre un ruolo più mirato e preciso, frantumandosi in cambi, controtempi e ripartenze. Accanto ad essi si nota una maggior cura nell’alternanza/sovrapposizione delle linee vocali, qui più a fuoco e bilanciate, quella classica, aspra e declamata, di MacKaye e quella della Farina che per timbro e intonazione a tratti ricorda PJ Harvey, uno spazio melodico più ampio riservato ai singalong a due voci, che si stagliano sul dinamismo desaturato di fondo, come evidenzia già in apertura l’inciso di “King Of Kings”. E come ribadiscono “Timothy Wright”, quasi in sentore di Pixies e l’anti-folk e il ritornello solenne e sfumato di “Let’s Get Well”.

Altrove il duo sembra guardare alle fondamenta del suono di Washington DC, come nell’atonale e contrastata “Sooner Of Later”, nell’innodica ruvidezza di “Broken Finger” (cantata quasi interamente dalla Farina), nell’aggressività di “Wanted Criminals”, forse la cosa più vicina ai Fugazi, o nella ritmica schizoide e complicata di “Warble Factor” sulle tracce ben impresse dai Mission Of Burma. La grande esperienza e l’innegabile bagaglio espressivo gli consente anche di rallentare, controllare i brani, renderli più ellittici e avvolgenti: la lenta narcosi slo-core di “I Do Myself”, ad esempio, che poggia sulle note basse e sugli accenni di charlie e rullante o l’irregolare serpentina lounge-jazzata di “Competing With The Till”.
“The Odds” è, in estrema sintesi, l’ennesima piccola (grande) prova di coerenza e divenire, da parte di un gruppo che sa invecchiare senza ripetersi e ripetersi senza annoiare.

(08/12/2012)

  • Tracklist
  1. King Of Kings
  2. Wanted Criminals
  3. I Do Myseld
  4. Warble Factor
  5. Sooner Or Later
  6. Wonder Why
  7. Competing With The Till
  8. Broken Finger
  9. Architects Sleep
  10. Timothy Wright
  11. This Other Thing
  12. Let's Get Well
  13. KOK
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