La melodia sinuosa di "Forest Sama'i", imbastita da archi e flauto su sostegno percussivo, è una perfetta introduzione per questa nuova fatica di
Eyvind Kang.
Registrato in quel di Barcellona ma preparato in solitaria su di un isola al largo di Seattle, "The Narrow Garden" si avvale della partecipazione di ben trenta musicisti, provenienti da più nazioni.
Se si eccettua la tagliente claustrofobia del brano omonimo, qui siamo lontani dagli sperimentalismi minimalisti d'ascendenza
modern-classical del velleitario "
Visible Breath": l'opera si concentra infatti su una deliziosa e vaporosa panoramica di world-music, con melodie che rimandano soprattutto alla tradizione mediorientale. L'angelica voce di Jessika Kenney riecheggia nelle trame incantate della fiabesca "Nobis Natalis" e in quelle dell'inno di "Pure Nothing", composizione pregna di un dinamismo insieme fragile e potente.
Dopo i primi due numeri, l'atmosfera si fa improvvisamente misteriosa ed enigmatica con "Usnea", uno sfuggente affresco di timbri, svolazzi di flauto e
nuances che scivola nelle lande medievali di "Mineralia", ancora con la Kenney alla voce, ma questa volta con tono più austero e con liriche in latino.
Un disco che risolleva, dunque, le quotazioni del compositore statunitense di origine coreana, qui capace - senza toccare vette particolarmente alte - di muoversi tra tradizione e sperimentazione, come ben evidenziano gli oltre nove minuti finali di "Invisus Natalis", che si spegne in un tripudio di fibrillazioni metalliche.