Laleh

Sjung

2012 (Lost Army / Warner) | pop, songwriter

Che qualcosa sia cambiato ultimamente, nella vita di Laleh Pourkarim, è poco ma sicuro. Il cambiamento è stato così profondo, però, che diventa davvero difficile rintracciare, nel piglio sicuro e intraprendente di una donna prossima ai 30 anni, quella dolce ritrosia con cui timidamente, poco più che ragazzina, riuscì a conquistare l'intera Svezia al passo di disarmanti stornelli acustici e compassate ballate dal fascino dimesso.
Ma da allora è trascorso oramai parecchio tempo: molte le pubblicazioni, che hanno inframezzato un percorso costellato di continui successi, e altrettanti i riconoscimenti ottenuti, segno di una notorietà raggiunta, che non poco andava a cozzare con una proverbiale riluttanza a mostrarsi al grande pubblico, a concedere ben poco di sè che esulasse dall'aspetto prettamente musicale.

E schiudere il proprio animo, rendere partecipi dei propri pensieri anche perfetti sconosciuti dev'essere stata una palestra dal grande carattere formativo, per la cantautrice svedese di origini iraniane. Arrivata alla soglia del quarto album in studio, con "Sjung" (da tradursi come "cantare") l'artista licenzia il suo disco più prezioso e riconoscibile, col quale finalmente si smarca da paragoni più o meno ingombranti e tende con coraggio alla ricerca di uno stile suo peculiare, che ne ridefinisca totalmente l'immaginario.
Abbandonate le vesti di raffinata, quanto impersonale, interprete del folk alternativo, la nostra amplia le scelte sonore e oltre agli irrinunciabili elementi acustici, si lascia sedurre da pruriginosi tappeti sintetici e mille effetti elettronici, di cui studiare ogni minima variabile e particolarità.

Trae così origine lo spettacolare singolo di lancio "Some Die Young", tripudio di archi campionati e tastiere in picchiata libera a bilanciare la leggiadra melodia, soffice come un abito di seta. Di rimando, la frizzante vitalità che contraddistingue il più sbarazzino passaggio di "Samuel" (preceduto da un cupo, quanto interessante preludio corale non tanto lontano dagli ultimi Wildbirds & Peacedrums) si muove in netta antitesi rispetto all'irresistibile delicatezza di cui sopra, in un gioioso pastiche folktronico che sporca la tela bianca della canzone di mille cromie diverse.
A ben vedere, l'intera tracklist rispetta questo binomio: vi è una rigorosa alternanza che intervalla pezzi dal timbro sfavillante a brani in minore, animati da un'impronta più riflessiva, se non drammatica. Non stupisce quindi il trovarsi di fronte ad un acutissimo lamento d'amore come "In The Comet", e subito dopo tamburellare con le dita al solare richiamo di "Vårens Forsta Dag", in cui perdersi in una speranza che sembra infinita.

Considerato il peso, quasi del tutto esclusivo, che l'autrice ha avuto nella realizzazione dell'album (tant'è che è la prima volta in assoluto che affida parte del lavoro a collaboratori esterni), è quantomeno ingenuo ritenere che una disposizione del genere sia stata dettata dal caso. Dando una rapida scorsa anche agli ottimi -pur se talvolta ermetici- testi, si evince in tutta la sua pienezza questo criterio dispositivo, un sapiente intreccio di ascese e ricadute in cui forte, se non fortissimo, emerge il taglio autobiografico.
Al sommesso canto di "Better Life", pungente come le spezie d'Oriente, è difficile non pensare all'adolescenza raminga dell'artista, in fuga dal suo Iran e alla ricerca di un nuovo futuro ("Leave you language you once spoke, leave the soil where you were born"). Le tematiche dell'abbandono, della rinuncia, dell'isolamento, ricorrono spesso, talvolta totalmente trasfigurate sotto una patina di smielato sentimentalismo (il caso della ballata R&B "Who Started It", salvata in corner dall'ardente interpretazione che Laleh riesce a darne), in altri casi abbinate a minacciose premonizioni di incombenti fatalità ("But I always had a feeling we would die young").

La storia della nostra ha tuttavia trovato il lieto fine che meritava: uno scoppiettante sogno ad occhi aperti come "Elephant" chiarisce sin da subito come i demoni e le insicurezze di un tempo non siano altro che un triste ricordo di un'epoca lasciata alle spalle, il cui gravoso onere si è del tutto dissipato. Totalmente rinata, in un profondo nord che ha saputo darle nuova vita e coronarla di allori, la Pourkarim è una donna che adesso sa correre rischi, ama mettersi in gioco, ma soprattutto, ha trovato la gioia di cantare in piena e assoluta libertà. E il suo "Sjung", potete scommetterci, ha la stoffa per splendere in tutta la sua abbagliante luminosità.

(19/03/2012)

  • Tracklist
  1. Elephant
  2. Some Die Young
  3. Who Started It
  4. Interlude
  5. Samuel
  6. Better Life
  7. What You Want
  8. In The Comet
  9. Vårens Forsta Dag
  10. Du Foljer Med Mig
  11. Sjung
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