Lebanon Hanover

Why Not Just Be Solo

2012 (Fabrika) | post-punk, new wave

Una lastra di ghiaccio venata di parole. Queste, coperte di grigia cenere industriale, riflettevano le nubi di un cielo statico e inquieto. Pulsante di malinconica poesia, vedeva i pochi raggi di luce spandersi neutri. Uno sfondo di angoscia statica, ma che può nascondere il più fragile degli animi femminili, vitreo, a un passo tra follia e amore.
Irreali come quei vecchi film muti tedeschi poi colorati a mano, i Lebanon Hanover tornano per suonare e interpretare questa bolla temporale tra anni Venti e la wave più scheletrica dei primi Ottanta.

“Saddest Smile”-“Albatross”–“I’m A Reject” sono una catena di preghiere, di confessioni e ricordi. Un bruciare acido di lacrime e immagini, sorretto da chitarre storte e un sempiterno basso, sommesso cuore che sostiene questa lentissima penitenza.
La voce di Larissa è nuda, stremata, ma di una forte dignità. Una dignità risucchiata in una totentanz, una danza macabra e marziale qual è “Cadaverously Quaint “, trincea spettrale di drum machine rimbombante nella voce gutturale di William. Dopo rimarrà solo il tempo scandito meccanicamente, fotogramma dopo fotogramma, di litanie di rabbia repressa (“Bring Your Own Wine”) e brevi scorci di (in)quiete fra terre notturne e montagne glabre (“Northern Lights”). I ritmi scheletrici e ripetitivi post-punk ormai scandiscono come metronomi psichici le poche pareti rimaste di una periferia bombardata.

La title track e le successive “Somehow We’ll Get Through This”, “Avalanche” sono la chiusura indeterminata di una vibrazione biologica che continua a ripetersi ormai in un’afasia onirica. Se il primo capitolo dei nostri fu un citazionismo amante della wave classica, dei Joy Division come delle X Mal Deutschland come di alcuni aspetti dei Kas Product, della synth-wave più apatica, questo “Why Not Just Be Solo” significa un superamento delle semplici strutture.
Un’introversione, una metabolizzazione estetica, che ha portato il loro post-punk ad adattarsi a una pelle poetica, che segue le minimali sfumature monocromatiche delle parole. Una pelle amante del passato, di un “bello” ormai scomparso da decenni, tra film muti e vecchie stanze sporche di fumi industriali.

Noi, spettatori e auditori, seguiamo le tragiche vicende di questa pelle e della sua voce sibillina, in un movimento ferito, tra gli incubi del Dott. Caligari, cercando un’uscita da una metropoli disumana.

(30/01/2013)

  • Tracklist

  1. Saddest Smile
  2. A Very Good Life
  3. Albatross
  4. I'm A Reject
  5. Cadaverously Quaint
  6. Bring Your Own Wine
  7. Northern Lights
  8. No One Holds Hands
  9. Why Not Just Be Normal
  10. Somehow We'll Get Through This
  11. Avalanche

 

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