Immagini fatate, sensazioni sospese, eteree, pozzi neri di mestizia. "Moon Ate The Dark" è il progetto congiunto della pianista gallese Anna Rose Carter e del produttore canadese Christopher Bailey, ed è basato - nella quasi totalità - su sparute composizioni, minute vibrazioni dell'anima espresse attraverso scalpiccii, tremolii, scricchiolii, seguendo le orme di un Peter Broderick (specialmente nel suo disco più minimale, "
How They Are"), o in casi limitatissimi, dei
Balmorhea più essenziali ("Bellés Jar", "Messy Hearts").
Sarebbe facile lasciarsi prendere la mano e raccontare dei pertugi aperti dalle mani della Carter, nel girovagare notturno di "Sleepwalk", nella purificazione natatoria di "She/Swimming", eccetera. Eppure sarebbero immagini sì plastiche, poetiche ("Explosions In A Four Chambered Heart", chili di vuota poesia), ma tutto sommato insignificanti. E tale è, in fin dei conti, la musica di "Moon Ate The Dark": effimera - nel senso deteriore del termine, purtroppo.
Le canzoni del disco diventano così anguste, una prigione dell'immaginazione e dei sentimenti, monodirezionali e fragili nella loro rappresentazione.
Questo è ciò che fa del disco un'esperienza limitata e limitante, provvisto com'è di questa ostinazione che comprime tutto in un'unica dimensione - quella di un'altera malinconia; come se l'arte fosse depositaria di una verità ineluttabile sulla realtà, e non di domande irrisposte.