The Rust and The Fury

May The Sun Hit Your Eyes

2012 (La Fame dischi) | rock

Ci sono band o musicisti che passano anni a cercare il modo giusto di stare nel mondo rompendosi la testa e la schiena sui palchi dei club e dei micro-festival di provincia per riuscire a tirar fuori qualcosa in più rispetto a tutti gli altri con cui si ritrovano a suonare sera dopo sera, a gareggiare sabato dopo sabato in concorsi che, se va bene, ti fanno vincere qualche ora di registrazione nello studio in cui fai le prove da sempre e se va male un hamburger e un paio di birre a testa.

La maggior parte di questa gente ostinata arriva a trent’anni e si dice che forse tutto sommato non c’è niente di male a rimanere a galleggiare così, nonostante la fatica e i capelli che cadono e i bocconi amari ingoiati, e magari per un po’ dirada le serate e si accontenta di far le prove il primo lunedì del mese, finché il chitarrista o più probabilmente il batterista non fa un figlio e addio ai sogni di gioventù. Ogni tanto però succede che qualcuno, da un momento all’altro, si guarda allo specchio e capisce che le cose sono cambiate. E questo è il caso dei The Rust and The Fury, band perugina che l’estate scorsa è finita ad Arezzo Wave come portabandiera dell’Umbria. Non stiamo parlando di ragazzini, ma di gente che, appunto, i trent’anni se li è già lasciati alla spalle, e adesso si scopre pronta perlomeno a provare a fare il, chiamiamolo così, salto di qualità al cospetto di platee più ampie rispetto a quelle a cui era abituata.

Nei fatti questo salto loro lo hanno già fatto. Reduci da percorsi lontani o comuni, tutti con le loro cicatrici di guerra e le mani indurite da una vita a pestare sulle pelli e sulle corde, qualche mese fa hanno pubblicato un disco che certifica lo scarto rispetto a ciò che, insieme o immersi in altre storie, erano sempre stati. Un disco imperfetto e ancora troppo votato all’eccesso, ma indubbiamente solido, di sostanza. Al di là di tutte le cose che non vanno, i The Rust and The Fury il loro modo di stare nel mondo, quello giusto, sembrano averlo proprio trovato.
Il disco si intitola “May The Sun Hit Your Eyes”, e si rifà a un suono spiccatamente americano. Il guaio è che anche i testi, oltre alla musica, sono in inglese: con la meraviglia di lingua che ci ritroviamo ad avere, nascondersi dietro a questo velo che tutto normalizza pare un vero peccato. Se le otto canzoni di quest’album fossero cantate in italiano, ci troveremmo di fronte a un lavoro, per la ricerca e la qualità musicale, originale. Così, invece, i riferimenti, in sé legittimi, alle grandi band del rock d’Oltreoceano, rischiano di apparire sfacciati. E a parlare di originalità si fa molta fatica.

Gli Arcade Fire, ad esempio, sembrano aleggiare come uno spirito ispiratore che in alcuni casi, come nella traccia d’esordio “Roundabouts”, si fa ingombrante. “Francis With Gold”, che segue, è un gran bel pezzo di folk-rock che sarebbe stato bene nel repertorio degli Uncle Tupelo o dei Son Volt, mentre “Laughing For Nothing”, ancora dalle ariose parti degli Arcade, con le sue venature new wave, non convince, e “Keep On”, che parte scanzonatamente rimandando ai Rem più nervosi dei secondi anni Ottanta, diventa un po’ ampollosa al momento del ritornello.
Senza andare a vivisezionare ogni singolo brano (ma meritano una menzione la bella “Be The One” e la chiosa di “Devil”), in ogni caso, già è possibile individuare i difetti principali di “May The Sun Hit Your Eyes”: troppa carne al fuoco, una iper-produzione che a tratti nasconde eccessivamente le chitarre a beneficio di tastiere e sintetizzatori di cui anzi forse sarebbe meglio fare a meno. E anche la seconda voce, della pur brava Francesca Lisetto, spesso appare un di più che finisce per estraniare anziché arricchire. Funziona invece quella di Daniele Rotella, di voce, salda e piena, come funzionano un po’ tutti quelli che hanno uno strumento in mano: ci sanno fare sul serio, e dal vivo, per il momento, forse riescono a dimostrarlo ancora di più che in studio.

In sostanza, si tratta di una promozione con riserva, perché la qualità di scrittura delle canzoni è notevole e al netto della già enunciata necessità di alleggerimento il sound sembra possedere un senso ben definito. Starà a loro, adesso, farne buon uso. Al prossimo passo dei The Rust and The Fury dovremmo tutti guardare con curiosità e attenzione.

(14/10/2012)

  • Tracklist

1. Roundabouts
2. Francis With God
3. Laughing For Nothing
4. Keep On
5. Be the One
6. She Was Too Late
7. These Days
8. Devil

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