Borghese - L’educazione delle rockstar

2013 (TouchClay Records)
alt-rock, songwriter

A leggere il nome scelto da Angelo Violante e da chi lo scorta, ascoltare il titolo dell’album che echeggia tanto come un beffardo controsenso, ammirare le foto che lo ritraggono in paesaggi affascinanti sulle piane dell’Appennino abruzzese, irrealmente agghindato come un colletto bianco (a viso coperto, però, come a spersonalizzarne la metafora) con tanto di valigetta in stile Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”, i primi pensieri che modella il nostro acume raffigurano un cantautore deciso, magari veemente nelle liriche, forse (anti) politicamente e socialmente impegnato, sempre pronto a sputare il suo veleno sul marciume italico di terzo millennio.
Niente di più sbagliato. Quel costume, quel passamontagna, non nasconde altro che un cantautore giovane ma non troppo, maturo ma non oltremisura, eppure tanto dotato e pungente, che nelle canzoni riversa le sue debolezze umane, le sue intime storie comuni con un’ironia a tratti coinvolgente (“non per essere pessimista ma credo proprio che morirò”, canta Borghese). Non è dunque un travestimento atto a preservare l’anonimato di chi si appresta alla lotta, ma solo un metodo opportuno per creare nell’immaginario collettivo dell’ascoltatore un personaggio indefinibile e misterioso al quale affezionarsi e che si elevi dalla massa dei tanti volti anonimi della scena indipendente emergente e anche un sistema per sentirsi al sicuro, protetto, mentre si rivelano le proprie emozioni, come sotto le coperte si custodiscono i sogni da mostri nascosti nel fondo degli armadi o sotto i letti. Una maschera che nasconde scaltrezza, ingegno ma anche una toccante sensibilità.

A riassumere quanto detto si prenda ad esempio il brano (“Bella Ciao”) più avvincente per ritmo e melodia di tutto l’album. Il pezzo si porge con un’alternata ritmica marziale e dinamica, qualche spruzzata di elettronica e chitarre elettriche intense ma non ampollose e un’armonia di quelle impossibili da scordare, anche perché, con tanta arguzia, Borghese prende a prestito, per farne lo scheletro di tutto l’apparato melodico, le note di una ben più famosa “Bella ciao”. Con la stessa sagacia, sfruttando la popolarità del brano antifascista e rivoluzionario per eccellenza, Borghese osteggia con ironia sia la destra sia la sinistra (“dicevano che qui in Italia governerà ancora un nano o un ex Dc”), mettendo a paragone il diverso atteggiamento di una simpatizzante dell’ala conservatrice e di una riformista nel momento successivo all’amplesso. Una buona dose di qualunquismo che riesce a non lasciarsi intendere mai come un fastidioso tentativo di trarre a sé il consenso degli italiani arrabbiati grazie proprio a un’ironia che rende brioso anche il tema più disilluso.

Oltre all’aspetto prettamente contenutistico, molto affascinante è la parte formale, la musica che si forgia sia su strumentazione classicamente rock, chitarre elettriche e acustiche (Carlo Liberatore e Giacomo Pasquali), basso (Giacomo Pasquali), batteria (Daniele “Verz” Domenicucci) e piano (Angelo Violante) e sia su più moderni synth, che nel caso suona proprio Angelo Violante, e drum machine (evidente nel brano “Non sono”). Il risultato è un rock che spazia in maniera irriverente nel mondo dell’elettronica, del synth-pop, fino al cantautorato più intramontabile, evitando però l’esasperazione della forma-canzone, che invece è qui frantumata e ricomposta con autenticità, grazie all'arrangiamento minimo ma puntuale dello stesso Violante.
Non fanno difetto i brani dall’intensità emotiva vorticosa che legano indissolubilmente la realtà del contrasto generazionale all’animo di chi canta (“Luoghi in comune”) oppure che scavano nella memoria, omaggiando con coraggio e sensibilità un personaggio (Enzo Tortora) e la sua vicenda tanto tragica (“Preghiera di un uomo per bene”). Qualche cenno merita la traccia numero nove, "Dio ha un profilo su Fb", scritta copiando diversi status di amici su Facebook, il tutto per tracciare il profilo di uno dei tanti megalomani che affollano il web, sempre pronti a dichiararsi (a parole) specialisti in ogni campo dello scibile umano. Molto lancinante anche "Cosa hai da guardare", il cui titolo originario mai edito “Eroina” volgarizza il segreto intimo del brano, comprensibile altrimenti solo attraverso un attento ascolto.

 "Il passato non è più necessario". Questo campeggia grande sul palco dei concerti di Borghese, di fianco a una bandiera russa con la M di McDonald a sostituire falce e martello e una bandiera americana con pillole al posto delle stelle. Nessuna immagine e nessuna parola può parafrasare meglio “L’educazione delle rockstar”, un album impegnato che meno impegnato non si può, un disco antipolitico ma che non suona come un disco antipolitico, il cui ascolto potrebbe scontentare un fan di Beppe Grillo ma essere amato anche da chi per la politica non ha il minimo interesse.

Tracklist

  1. Annie è tornata
  2. Non sono
  3. Luoghi in comune
  4. Mississipi picture blues
  5. Bella ciao
  6. L'odore
  7. Lasciare Berlino
  8. Dio ha un profilo su facebook
  9. La rosa
  10. Cosa hai da guardare?
  11. Preghiera di un omo per bene

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