Il breakup album era forse un ammennicolo che mancava alla carriera rutilante e allegramente sgangherata dei Deer Tick, dal verace spirito rurale, senz’altro più dei contemporanei, furbi arraffa-premi e contratti pubblicitari. Senz’altro uno dei radi meriti della band era ed è la capacità di lasciarsi andare, andando oltre gli intellettualismi e i vezzi (a volte fin troppo oltre).
Qui si eccede, però, in senso opposto alla caciara sdentata di “Divine Providence”: languide e pigre ballate di country da osteria (“In Our Time”, “The Rock”), larvali repliche Dylan-iane (“Big House”), esiziali tentativi hard (“Pot Of Gold”), in un’ennesima prova di resistenza per l’ascoltatore, impegnato a entrare in una qualche sintonia col greve raspare della voce di John McCauley.
Un disco da evitare.
06/10/2013
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