Si potrebbe giocare a immaginare la faccia di Søren Løkke Juul, cantautore da cameretta danese, nel ricevere la telefonata della 4AD che gli offre di pubblicare il suo primo disco. Gli Indians sono lui; “Somewhere Else” è il suo primo sguardo, acerbo e inerme, verso il mondo che etichette come la 4AD vorrebbero ordinare, e in qualche modo controllare.
Ma, per uno Juul che trovano, ci sono migliaia di altri possibili pronti a recarsi in uno studio di registrazione a lasciarsi coprire la voce di riverberi e a escogitare qualche arrangiamento elettronico, senza che la patina esistenziale venga scrostata.
Mantra in falsetto di ascendenza Woodsist (“I Am Haunted”), pezzi al pianoforte di un
Perfume Genius ammantato di folktronica (“Bird”), impensabili schitarrate da
folkster d’assalto (“Cakelakers”, come se
Daniel Rossen diventasse improvvisamente un po’ melò): un armamentario luccicante, un equipaggiamento utile a sopravvivere alla dura vita di supporter che attende Juul negli anni a venire (in questo momento degli
Other Lives nel loro tour americano – a proposito: quando si fermeranno?).
Gli permetterà di presentarsi, un giorno, sul palco come star della serata? Probabilmente no.