E che partano i tre. Che partano e si schiariscano le idee; quelle che mancano a questo secondo lavoro, quelle che non si materializzano solo perché "pagate" da Luke Smith (Foals di "Total Life Forever") e che nemmeno maldestramente trovano un senso di logicità, di consequenzialità.
La pagina potrebbe chiudersi in questo preciso istante, dato che la somma di tracce - ben dieci - che compongono l'album è un agglomerato di singoli, esenti da connessioni, puntini da congiungere o rime baciate da canticchiare: in questo disco c'è molto osso e poca, pochissima ciccia.
La ripetitività dei pezzi è disarmante; pare di ascoltare lo stesso passaggio all'infinito, le medesime liriche ripetute compulsivamente ad ibidem, senza definire, invece, il carattere di chitarre e tastiere, mere comparse in un film girato male. La voce, molto vicina al timbro dell'americano Anthony Followill (Kings Of Leon), difficilmente cambia rotta dalle nenie e dalle cantilene tutte bacini e bacetti, tanto che pare nemmeno di transitare nell'elegante Inghilterra.
In verità, proprio non si trova il Nord nella bussola dell'ascolto, fatta eccezione per i flebili lumicini di "Video" e "Tolouse": la prima come scalinata commercial-pop, dal retrogusto synth tutto ottanta e poca fantasia e la seconda dalle sonorità gradasse, estive, da ghiacciolo all'anice e chorus sbarazzini. Con la chiusura, lunga, di "Yellow Teeth" troviamo l'affermazione di mancanze e la negazione di velleità, nei sette minuti più anonimi degli ultimi tempi. Ascoltare per smentire.