Convincere
José Gonzalez a muoversi un centimetro dall’angolino che si è trovato nello
star system indipendente, dopo averlo quasi perso poco prima di farsi venire la fortunatissima idea di riportare in vita la band con cui aveva iniziato la propria carriera, pare ormai un’impresa impossibile.
In questo omonimo “Junip” infatti il chitarrista svedese realizza un album pressoché interscambiabile col precedente, nell’ottica del consolidamento di un
sound ancora basato sul particolare gusto chitarristico di Gonzalez, basato su poche note ritmiche, semi-sorde, e su un
groove animalesco e gelidamente incasellato al tempo stesso.
La musica suadente e borghesamente professionale dei
Junip trova qui perfetta e prevedibile applicazione in motivi disco-soul anni 70 ormai di gran voga (si vedano gli ultimi
Daft Punk) come “Your Life, Your Call”, nella lounge dilatata dei
Talk Talk di “After All Is Said And Done”, oltre che nelle usuali schitarrate di “Beginnings” (linea melodica qui piuttosto banale) e dell’incalzante “So Clear”, sottolineata da uno smagliante
riff sintetico.
Il resto lo fanno brani più raccolti, imperniati su placide e brevi sessioni psichedeliche, come “Head First”, la
boniveriana “Suddenly” e il sogno cubano di “Baton”.
La scrittura pare spesso più debole, però, del già non eccelso “Fields”: i Junip si aggrappano qui alla loro idea di
sound, ma si scontrano ancora una volta coi loro chiari limiti espressivi.