Waxahatchee

Cerulean Salt

2013 (Don Giovanni) | songwriter, alt-rock

Desta un po' di stupore, la particolare attenzione che ha suscitato per la rete questo “Cerulean Salt”, secondo album solista della cantautrice e chitarrista Katie Crutchfield, messasi in proprio a nome Waxahatchee dopo la militanza in svariati progetti underground. A dire il vero, la nostra è però un'iperbole consapevole, si fa presto ad elencare i motivi dietro a un simile interesse.
Già fattasi notare l'anno scorso attraverso le dolenti confessioni acustiche di “American Weekend”, specchio fedele delle sue qualità liriche, adesso, con un comparto strumentale più vasto, una generosa iniezione di elettricità e una maggiore pulizia sonora (per quanto la registrazione sia sempre avvenuta in un ambiente casalingo), la musicista dell'Alabama si inserisce così con piena scioltezza nell'alveo delle rocker afflitte e dal tocco blues, che stanno nuovamente ripopolando i palchi d'America, in quel clima di revival nineties che da due stagioni buone fa sentire tutto il suo peso specifico.

Tutto infatti nella musica della Crutchfield rimanda all'understatement iper-introverso di fine secolo; quando poi ad esso si associa anche qualche lieve sferzata riot-grrrl sulla scia delle tante ragazze rabbiose che hanno popolato gli anni Novanta, le affinità diventano più che semplici suggestioni dettate dall'ascolto.
Difatti, è la chitarra ruvida e insolente della cantautrice, ancor prima che le canzoni, a colpire nei tredici fulminanti racconti della collezione: una chitarra la quale, sia in solitaria che accompagnata da basso e batteria, mantiene sempre la centralità del discorso, unendosi al ricco e intensissimo profilo lirico, che mette in bella mostra notevoli doti narrative, forti di una prospettiva assolutamente personale, intimamente poetica.

È quindi un vero peccato che i testi siano l'unico elemento di rilievo, in un lavoro che altrimenti non offre spunti artistici degni di particolare nota. Storie di alienazione suburbana, emarginazione, solitudine e profonda disillusione ("Lively" è un manifesto in tal senso) si trovano quindi forzatamente inserite in binari melodici pasticciati che ne guastano tutto il potere evocativo. Ossimori facili facili, giocati su accordi prevedibilissimi (“Peace And Quiet”), introverse dichiarazioni dall'anima folk (“Blue Pt. II”, “You're Damaged”), vigorosi abbrivi che ora prendono la strada della prima ispida Pj Harvey (per quanto in chiave addolcita, come in “Swan Dive”), ora giocano a rimpiattino col college-rock dei tempi che furono (“Waiting”): questo sale azzurrognolo conosce alla perfezione tutto quanto il manuale del perfetto indie-rocker 90's.

Vuoi però per una scrittura al limite dell'inconsistente, vuoi pure per i limitati mezzi interpretativi in sua dotazione (la voce, totalmente priva di sfumature, ben poco fa per mascherare le vistose mancanze strutturali dei brani), non tarda a sciogliersi come ghiaccio al sole, lasciando flebili ricordi del suo passaggio. Poi si può tirare in ballo quanto il disco suoni onesto, sincero (e lo è, senz'altro) e rinunci programmaticamente a fronzoli di ogni tipo; bastano però davvero onestà e sincerità per decretare la bontà di un disco?

(03/04/2013)

  • Tracklist
  1. Hollow Bedroom
  2. Dixie Cups & Jars
  3. Lips And Limbs
  4. Blue Pt. II
  5. Brother Bryan
  6. Coast To Coast
  7. Tangled Envisioning
  8. Misery Over Dispute
  9. Lively
  10. Waiting
  11. Swan Dive
  12. Peace And Quiet
  13. You're Damaged
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