Waxahatchee

Waxahatchee

An American Trip

di Claudio Lancia

Tradizione folk, distorsioni grunge, melodie pop, urgenza indie-rock: queste le principali opzioni caratterizzanti le tante incarnazioni artistiche di Katie Crutchfield. Dai primi passi, ancora quindicenne, a fianco della sorella Allison, fino alle recenti affermazioni del suo principale progetto solista. Che prende il nome da un fiume che scorre in Alabama

The Ackleys: gli esordi sui banchi della High School

Nata il 4 gennaio 1989 a Birmingham, Alabama, Katie Crutchfield cresce con una grande passione per la musica, che si concretizza già in età adolescenziale nei primi progetti discografici. Appena quindicenne, assieme alla sorella gemella Allison, ha già un buon repertorio di brani autografi, materiale provato e registrato assieme ai compagni di High School Michael McClellan e Carter Wilson. Si tratta di un energetico college-rock stilisticamente molto anni 90, a metà strada fra indie-pop e power punk, fortemente debitore di altre band declinate al femminile, quali Belly e Breeders.
Katie canta e suona la chitarra, Allison si occupa delle tastiere; nonostante la giovanissima età, velocemente si radicano nella scena DIY locale, grazie a una buona attività concertistica. Il quartetto pubblica l’album The Ackleys nel 2005 e l’Ep Forget Forget, Derive Derive l’anno successivo, per la locale label House Of Love, dimostrando – nonostante le inevitabili discontinuità tipiche dell’età – un potenziale ragguardevole. Ma quando gli altri componenti del gruppo si iscrivono in college diversi, la band si ritrova impossibilitata a proseguire il proprio cammino.

P.S. Eliot: il college-rock è un affare di famiglia

L’esperienza non andrà comunque perduta: le caparbie gemelle, con un’idea in testa già molto ben delineata, nel giro di poche settimane sono di nuovo in pista con l’evoluzione di quel bozzolo primordiale. Nel 2007 l’eredità degli Ackleys germoglia in maniera ancor più compiuta nei P.S. Eliot: Katie canta e suona la chitarra mentre Allison parte dalle tastiere per spostarsi alla batteria. Il songwriting si perfeziona, restando comunque al momento circoscritto nell’alveo di pop song fortemente venate di attitudine punk.
Il debutto giunge nel 2008 con The Bike Wreck Demo, sostanzialmente un Cd-r autoprodotto, distribuito in maniera ancora carbonara. Ma di lì a poco la formazione firma un contratto con la piccola etichetta indipendente Salinas, la quale darà alle stampe i due album, Introverted Romance In Our Troubled Minds nel 2009 e Sadie nel 2011, il loro migliore, intervallati dall’Ep Living In Squalor.
La qualità delle composizioni è decisamente interessante, tenendo conto che gran parte del materiale è stato composto da ragazzi ancora minorenni. Il suono resta fortemente influenzato dal tipico college-rock degli anni 90, valga per tutti l’ascolto di “Untitled”, brano estratto da Sadie.

Non riuscendo a intravedere ulteriori possibilità di miglioramento, arriva però – precoce – lo scioglimento, motivato dalla reciproca esigenza, specie da parte delle due sorelle, di intraprendere strade diverse e più personali. Ma prima di separarsi diffondono in Rete, sulla propria pagina Bandcamp, Demonstration, raccolta di quindici demo, versioni casalinghe di brani già pubblicati.

Nel 2016 uscirà, postuma, Anthology 2007-2011, completissima raccolta di tutto lo scibile esistente a nome P.S. Eliot, comprese versioni alternative e demo, per un totale di cinquanta tracce: trattasi di un irrinunciabile compendio per chiunque voglia approfondire il percorso delle ancor giovanissime gemelle Crutchfield. Tutti i lavori dei P.S. Eliot, così come tutti quelli degli Ackleys, sono tuttora rintracciabili sulle principali piattaforme di streaming musicale.

Katie e Allison, parallelamente ai P.S. Eliot, soddisfarono la propria bulimia compositiva anche attraverso l’effimera esperienza Bad Banana, prescindibile quartetto del quale rimangono le registrazioni casalinghe, molto lo-fi, contenute nell’album Crushfield (2010) e nel successivo Ep Cry About It (2011).
Nel frattempo le sorelle lasciano la nativa Birmingham, alla ricerca di nuovi stimoli e opportunità. Si trasferiscono prima a Philadelphia, e successivamente a Brooklyn, perché è lì che, nel mondo dell’arte, le cose accadono. E accadranno per davvero...

Katie diventa Waxahatchee: lo start-up della carriera solista

A questo punto Katie decide di fare un passo indietro e opta per la scarnificazione totale degli arrangiamenti delle sue nuove composizioni. Iniziativa che aveva in realtà già percorso quando nel 2008, sotto lo pseudonimo King Everything, aveva registrato il misconosciuto The Drought, otto tracce minimali licenziate dalla piccola label House Of Love. Questi fragili bozzetti sono il risultato di session svolte in cameretta quando ancora abitava in casa dei propri genitori, a Birmingham.
Katie si spoglia di qualsiasi slancio elettrico, mette da parte l’irruenza light punk e si mette completamente a nudo, solo voce e chitarra acustica, mantenendo una grandissima attenzione per gli aspetti melodici (“Worse Today”, “A Song For The Airport”). Evidente lo spirito lo-fi, con una qualità sonora a tratti volutamente approssimativa (“Blank Tapes Baby”), ma i semi per una promettente carriera solista sono ormai stati lanciati.

L’evoluzione di questo esperimento in solitaria avverrà di lì a poco, quando, di nuovo nella perfetta solitudine della cameretta, con i pochi mezzi a disposizione, realizza le dieci tracce acustiche, dall’andamento sofferto e vagamente grungiato, che andranno a comporne l’esordio solista sotto la nuova ragione sociale Waxahatchee, nome mutuato dal fiume che scorre nei pressi della città natale.
Pubblicato nel 2012, lo spoglio American Weekend mette in sequenza dolenti confessioni a spina staccata, apprezzatissime nel circuito underground, inserendosi in scioltezza nell’alveo delle rocker afflitte e dal tocco blues, riportate in auge dal clima di nineties revival che periodicamente impone il proprio peso specifico. L’approccio ruvido e il carattere introverso la rendono perfetta per ritagliarsi uno spazio molto ben delineato in tale contesto, ponendosi all’interno di una nuova generazione di giovani cantautrici (vanno ricordate almeno Courtney Barnett e Torres) che negli anni successivi saprà dire la propria.
Sin dall’iniziale “Catfish”, Katie appare nuda, disarmata, alle prese con composizioni fragili e introverse, che sembrano dover crollare da un momento all’altro, e invece resistono, centrando il bersaglio. C’è una buona dose di rabbia (“Luminary Blake”) in queste personali confessioni di una ragazza giovanissima ma con alle spalle già un groviglio di esperienze discografiche fortemente formative. La Crutchfield si affaccia con forza sul versante Cobain (la sentita title track), ma sa anche far tesoro del Vedder solista di “Into The Wild” (“Be Good”). Giusto nella conclusiva “Noccalula” la chitarra viene sostituita da un pianoforte, ma il risultato estetico non muta.
Katie ha tante frecce appuntite al proprio arco, tuttavia le canzoni di American Weekend, registrate di getto, in meno di una settimana, si dimostrano alla lunga troppo spoglie per poter ambire a traguardi che possano condurla oltre il mero culto di una nicchia davvero troppo ristretta per garantire la sopravvivenza artistica. Katie questo lo comprende benissimo, e resteranno soltanto uno step fugace prima che la cantautrice decida di pianificare un upgrade verso la trasmutazione successiva.

Katie ha bisogno di costruire degli arrangiamenti che tornino a essere più “pieni”, magari formando una backing band che possa contribuire a far sbocciare il germoglio già piantato. Nel giro di pochi mesi ecco pronto Cerulean Salt, album arricchito da un comparto strumentale molto più variegato, nonché da generose iniezioni di elettricità. oltre che da una maggiore pulizia sonora, per quanto le registrazioni siano sempre avvenute all’interno di un ambiente casalingo. Alcuni brani, lasciati in uno stadio volutamente più spoglio si pongono in continuità con il recente passato (“Hollow Bedroom”, la cameretta, per l’appunto, “Blue Pt. 2” e “Tangled Envisioning”, proposte soltanto con voce e chitarra, partono esattamente dove ci eravamo lasciati pochi mesi prima). Le tracce mantengono sempre una forma aggraziata, sono eseguite con eleganza (“Dixie Cups And Jars”, “Lips And Limbs”, “Brother Byan”), con poche concessioni alla pura elettricità di derivazione Akleys / P.S. Eliot (“Coast To Coast”, “Misery Over Dispute”, “Waiting”) in grado di conferire una piacevole discontinuità. Il basso minutaggio medio delle canzoni, non di rado sotto i due minuti, assicura inoltre un’interessante dinamica al disco.
Le suggestioni restano anni 90, con la chitarra sempre al centro della scena; il ricco e intenso lirismo continua a mostrare notevoli doti narrative. Storie di alienazione suburbana, emarginazione, solitudine, profonda disillusione (“Lively” è un manifesto in tal senso) si trovano inserite in binari melodici che non ne inficiano mai il potere evocativo. Un lavoro che resta comunque semplice, giocato spesso su accordi prevedibili (“Peace And Quiet”), con introverse dichiarazioni dall’anima inequivocabilmente folk (“You’re Damaged”) e ipotesi della prima ispida PJ Harvey, seppur in chiave addolcita (“Swan Dive”).
Cerulean Salt, in pratica una sorta di manuale del perfetto indie-rocker degli anni 90, sarà ampiamente apprezzato, strappando anche un lusinghiero 8.4 su Pitchfork. Pubblicato nel marzo 2013 negli Stati Uniti dalla piccola label Don Giovanni, quattro mesi più tardi uscirà anche sul mercato inglese grazie all’intervento della Wichita Records. Di lì a poco Katie siglerà un contratto che la legherà alla Merge, per la quale inciderà il disco che finalmente le assicurerà la giusta visibilità a livello internazionale.

La meritata visibilità internazionale

Ivy Tripp
esce a inizio 2015 e conferma una volta di più l’attitudine anni 90 della Crutchfield: la sensazione è che brani come “Under A Rock”, “Poison” e “The Dirt” si sarebbero senz’altro imposti come inni della Generazione X, se solo fossero usciti vent’anni prima. Accanto a questi, Katie conferma anche una certa propensione per la scrittura di bozzetti di introversione minimal, spesso dolenti (“Stale By Noon”, “Blue”, “Summer Of Love”, “Half Moon”), e non rinuncia al sacro dono della sintesi, come avviene nel caso della delizia pop “Grey Hair”, che si chiude in meno di due minuti. Da manuale “<”, la quale dopo una prima parte densa di sofferenza grunge si schiude su imprevisti controtempi e sulla ripetuta declamazione “I Am Noting”, prima dell'epilogo calligrafico in stile Pavement.
Ivy Tripp è il lavoro nel quale Katie riesce ad amalgamare nella maniera più compiuta le radici del proprio percorso artistico, miscelando in maniera naturale l’anima country-folk e le ascendenze indie-rock. Un lavoro che attira finalmente grandi attenzioni, consentendole di restare per molti mesi in tour, condividere palchi con star del calibro di Kurt Vile e Sleater-Kinney ed entrare dalla porta principale nelle line-up di alcuni dei Festival internazionali più importanti e influenti.

A seguito del successo ottenuto, Katie svuota i cassetti: nel 2016 pubblica, sempre su Merge, Early Recordings, un Ep contenente i primi cinque brani registrati cinque anni prima a nome Waxahatchee. Furono a suo tempo fissati esclusivamente su musicassetta, a formare uno split condiviso (un lato a testa) con il musicista Chris Claving.
Le cinque tracce della Crutchfield anticipano gli umori di quello che sarà il suo primo album solista, “American Weekend”, eseguiti con il solo ausilio di una chitarra, la quale funge più da metronomo che da vero e proprio accompagnamento. Early Recordings completa così, chissà se in maniera davvero definitiva, il dedalo di reincarnazioni di Katie e l’immane quantità di canzoni che ha composto in epoca pre-Waxahatchee. Un’emissione indirizzata fondamentalmente ai maniaci completisti.

Il percorso di Allison

Parallelamente, la sorella Allison ha intrapreso la propria strada dando vita agli Swearin’, quartetto dal piglio pop-punk-grunge con in line-up anche Kyle Gilbride, già con i Big Soda. Gli Swearin’ si rifanno ai suoni di Ackleys e P.S. Eliot, alternando melodie e slanci rabbiosi, e ora Allison può cimentarsi nel ruolo di cantante, alternandosi con Kyle. I due diventano per alcuni anni anche compagni di vita.
La band ha esordito nel 2011 con l’efficace Ep What A Dump, seguito dagli album Swearin’ (2012) e Surfing Strange (2013), tutti editi per Salinas.
Dopo un’assenza di cinque anni, superati i contrasti personali fra Allison e Kyle, il progetto torna, ridotto a un trio nella versione in studio, con due emissioni in contemporanea: Fall Into The Sun (2018, edito su Merge Records), lievemente meno spigoloso degli album precedenti, e il live Swearin’ On Audiotree Live.

Durante il periodo di stand-by, Allison ha anche pubblicato due lavori a proprio nome, nei quali si è mantenuta non troppo distante dallo stile della sorella: il prescindibile Lean In To It (2014) e il poco superiore Tourist In This Town (2017), quest’ultimo su Merge. Oltre a firmare quasi sempre per le medesime label, le due gemelle hanno continuato a collaborare in maniera costante, suonando assieme in diverse occasioni sia dal vivo che nei lavori in studio, aprendo anche - non di rado – una i concerti dell’altra.

Intorno ai trent’anni

Il passo successivo siglato Waxahatchee è Out In The Storm (2017) che intraprende una sorta di proceisso di “normalizzazione” della cantautrice americana. Katie si scrolla di dosso le timidezze espressive e l’approccio ispido, quasi trasandato, degli esordi solisti; le dinamiche lo-fi tipiche delle registrazioni domestiche vengono completamente accantonate per far spazio a una produzione di più alto profilo. Protagonista dell’album è il malessere per la fine di una relazione sentimentale, il quale riporta la Crutchfield verso un impeto elettrico che si dimostra ragguardevole sin dall’opener “Never Been Wrong”. Si nota l’accresciuta consapevolezza in termini di interpretazione, una scrittura a fuoco e una buona tecnica chitarristica, con il risultato finale che oscilla con buon opportunismo tra decise distorsioni e frangenti votati alla delicatezza. In “8 Ball” flirta con un cantautorato country oriented, mentre altrove permane quel Nineties revival (“Silver”, “Brass Beam”, “Hear You”, “No Question”), che la avvicina in maniera decisiva alla Alanis Morissette post-“Jagged Litle Pill”.
Un disco che presenta minori intransigenze rispetto agli esordi, ma anche meno forzature, con una disperata ricerca dell’ottimismo al posto della weirdness originaria e un sound ripulito e potente, assicurato dalla produzione di John Agnello. Nonostante i disastri relazionali narrati nei testi, si ravvisa l’aspirazione per una proposta che pone al bando qualsiasi nevrosi, per ricercare soluzioni più garbate, giocandosi la carta dell’intimismo, declinato con la giusta partecipazione: è quanto avviene in “Sparks Fly”, nell’organo della più aulica “Recite Remorse”, in “A Little More” e nell’evocativo congedo acoustic folk di “Fade”.
L’album tuttavia non ha la medesima forza del suo predecessore: la tempesta emotiva citata nel titolo risulta a tratti pallida, smorzata, distante, la curiosa stravaganza ostentata in passato è in parte evaporata, risultando oggi forse più autentica, ma anche più prevedibile. Out In The Storm sarà successivamente reso disponibile anche in una deluxe edition, nella quale alle dieci tracce originarie verranno affiancate, in un secondo dischetto, le versioni demo (ma già elettrificate) di tutte le canzoni. Attraverso l’ascolto complessivo diviene così possibile ricostruire il processo compositivo dell’artista e immaginare gli step di arrangiamento costruiti per i singoli brani.

Sempre nel 2017, come anticipazione di “Out Of The Storm”, ma non contenuto nell’album pur essendone stilisticamente affine, viene pubblicato il singolo No Curse. Il brano fa parte del progetto Shaking Through, una serie di documentari nei quali in ciascun episodio un musicista mostra il processo di realizzazione di un nuovo brano, registrato per l’occasione in session di due giorni presso gli studi Miner Street di Philadelphia. La serie, che prese il via nel 2010, ha la finalità di raccogliere fondi per l’associazione no profit Weathervane Music, creata per dare sostegno a quei giovani musicisti che non trovano spazi utili per registrare la propria musica.
A inizio 2018 esce invece un 7 pollici con due cover di Jason Molina, interpretate in coppia da Waxahatchee e Kevin Morby. Le tracce prescelte, “Farewell Transmission” e “The Dark Don’t Hide It”, costituiscono un omaggio all’artista prematuramente scomparso, realizzato dall’etichetta Dead Oceans. La coppia aveva precedentemente già collaborato in occasione dell’incisione di una cover dei Velvet Underground, “After Hours”, realizzata nel 2017 dai due neo-fidanzati.

La svolta country-folk

A settembre del 2018 l’Ep Great Thunder mostra una cantautrice riappacificata con sé stessa, forse per il superamento di quella crisi sentimentale che diede spinta alla scrittura del disco precedente. Si è trasferita assieme a Kevin Morby nella città di Kansas City e ha registrato nella solitudine dello studio di Bon Iver, nel Wisconsin, queste sei canzoni dall’impianto country-folk, eseguite con una strumentazione ridotta all’essenziale. Si tratta della riproposizione di composizioni realizzate qualche anno prima assieme a Keith Spencer, nell’omonimo (Great Thunder) progetto a due di brevissima durata.
Come accompagnamento Katie sceglie quasi sempre il solo pianoforte (“Singer’s No Star”, “You’re Welcome”, “You Left Me With An Ocean”), oppure una chitarra acustica e poco altro (“Chapel Of Pines”) avvicinandosi, più che in passato, in molti frangenti al mood della migliore Cat Power. “Slow You Down” è l’unico brano nel quale fa capolino uno sprazzo di elettricità, ma sempre dosata in maniera gentile e serena, prima di ritornare al solo pianoforte nella conclusiva “Takes So Much”.

Oltrepassata la soglia dei trent’anni, smorzati rabbia e disagio giovanile, Katie Crutchfield porta a compimento la personale metamorfosi artistica con il successivo Saint Cloud, pubblicato su Merge a fine marzo del 2020, in pieno lockdown da Covid-19, situazione che le impedirà di supportarlo dal vivo in tempo reale.
Nelle sue molteplici reincarnazioni, Katie ha attraversato il pop-punk ai tempi della high school in quel di Birmingham (Alabama), ha tolto le ragnatele dal college rock degli anni 90 divenendo una figura di culto della nuova scena indie, si è immersa nel country-folk che in qualche modo è stato comunque sempre presente nel suo Dna. Ora è pronta a perfezionare la parabola che l’ha condotta dalle dolenti confessioni bedroom lo-fi di American Weekend, attraverso l’impeto elettrico dell’indispensabile Ivy Tripp, fino alla scrittura più “adulta” e riflessiva espressa in Saint Cloud.
Deposte le armi di qualsiasi urgenza rock (se ne ritrova qualche vago sentore giusto in “War”), Saint Cloud mostra un’artista ancor più rasserenata. Superata, per sua stessa ammissione, la dipendenza dalla bottiglia, ha risolto i problemi di cuore cementando la relazione sentimentale con Kevin Morby, di cui accenna in “The Eye”, riflessione sul tema dell’essere un songwriter con un collega come compagno. Un disco “gentile”, ma mai privo di un’energia “primaverile” (“Can’t Do Much”, “Lilacs”), un senso di rinascita che traspira tanto dal sommesso racconto su un amico che non ce l’ha fatta (la più traditional “Ruby Falls”) quanto dal flower pop (pur lievemente velato di un sottile strato di malinconia) di “Hell” e “Witches”.
Nel corso del suo svolgimento, Saint Cloud unisce i puntini lungo una linea immaginaria che, partendo dalla perfezione classic pop di Carole King, attraversa le ascendenze hippie di Edie Brickell, l’introspezione di Cat Power e la spiritualità della Alanis Morissette post-“Jagged Little Pill”, terminando la propria parabola dalle parti di quell’attitudine slacker perfettamente impersonata da Courtney Barnett. Anche se Katie sostiene di avere avuto come spirito guida durante la scrittura di queste undici tracce la figura di Lucinda Williams e di tutte le folksinger (Emmylou Harris, Linda Ronstadt) che le sono arrivate dagli ascolti dei genitori. Delineando una svolta che la fa apparire a tratti persino più credibile e meno forzata rispetto al passato.
La narrazione procede come lungo una mappa, che da West Memphis approda a St. Cloud, in Florida, città d’origine del papà. Lungo le strade scorrono luoghi e personaggi, con protagonisti i grandi spazi aperti del sud degli Stati Uniti, narrati con la positiva energia di chi casa l’ha non di rado cambiata per davvero, spostandosi dalla nativa Alabama prima verso Philadelphia, poi in quel di Brooklyn, fino all’attuale Kansas City. La straordinaria capacità di costruire melodie rende Katie oggi ancor più autentica, consentendole di raggiungere livelli di assoluta eccellenza, (“Oxbow”, “Arkadelphia”), come se l’abito garage indossato fino a “Out In The Storm” fosse più che altro una necessità, ormai sorpassata. Questa volta le camicie di flanella restano nell’armadio, per lasciar spazio ai vestitini a fiori, oppure color cielo, come quello indossato in copertina, riuscendo per mezz'ora a farci apparire azzurre tutte le nuvole del mondo, persino le più minacciose.

Waxahatchee

An American Trip

di Claudio Lancia

Tradizione folk, distorsioni grunge, melodie pop, urgenza indie-rock: queste le principali opzioni caratterizzanti le tante incarnazioni artistiche di Katie Crutchfield. Dai primi passi, ancora quindicenne, a fianco della sorella Allison, fino alle recenti affermazioni del suo principale progetto solista. Che prende il nome da un fiume che scorre in Alabama
Waxahatchee
Discografia
 WAXAHATCHEE 
   
 American Weekend (Don Giovanni, 2012) 
 Cerulean Salt (Don Giovanni, 2013) 
Ivy Tripp (Merge/Wichita, 2015) 
 Early Recordings (Ep, Merge, 2016) 
 Out In The Storm (Merge, 2017) 
 Farewell Transmission / The Dark Don't Hide It (7'', with Kevin Morby, Dead Oceans, 2018) 
 Great Thunder (Ep, Merge, 2018) 
Saint Cloud (Merge, 2020) 
   
 ACKLEYS 
   
 The Ackleys (House Of Love, 2005) 
 Forget Forget, Derive Derive (Ep, House Of Love, 2006) 
   
 P.S. ELIOT 
   
 The Bike Wreck Demo (Cd-R, self release, 2008) 
 Introverted Romance In Our Troubled Minds (Salinas, 2009) 
 Living In Squalor (Ep, Freedom School, 2010) 
 Sadie (Salinas, 2011) 
 Demonstration (web, self-release, 2012) 
 Anthology 2007-2011 (Don Giovanni, 2016) 
   
 BAD BANANA 
   
 Crushfield (2010) 
 Cry About It (Ep, 2011) 
   
 KING EVERYTHING
 
   
 The Drought (House Of Love, 2008) 
   
 ALLISON CRUTCHFIELD 
   
 Tourist In This Town (Merge, 2017) 
   
 SWEARIN' 
   
 What A Dump (Ep, Salinas, 2011) 
 Swearin' (Salinas, 2012) 
 Surfing Strange (Salinas, 2013) 
 Swearin' On Audiotree Live (live, Audiotree, 2018) 
 Fall Into The Sun (Merge, 2018) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Cry Uncle
(solo live session, 2011)
Watch On Mute 
(solo live session, 2011)
Stand Next To Me 
(duo live session, 2011)
American Weekend 
(live, 2011)
Grass Stain 
(videoclip, da Another Weekend, 2012)
Coast To Coast 
(videoclip, da Cerulean Salt, 2013)
Misery Over Dispute 
(videoclip, da Cerulean Salt, 2013)
Under A Rock
(videoclip, da Ivy Tripp, 2015)
La Loose 
(videoclip, da Ivy Tripp, 2015)
Silver 
(videoclip, da Out In The Storm, 2017)
No Curse 
(videoclip, single, 2017)
Fire 
(videoclip, da Saint Cloud, 2020)
Lilacs
(videoclip, da Saint Cloud, 2020)
Can't Do Much
(videoclip, da Saint Cloud, 2020)
Live on KEXP
(registrato il 24 luglio 2017)
Live @ Bonnaroo Festival - 2016
Waxahatchee su OndaRock
Recensioni

WAXAHATCHEE

Saint Cloud

(2020 - Merge)
Katie Crutchfield perfeziona la propria svolta country-folk attraverso una scrittura più "adulta" ..

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Out In The Storm

(2017 - Merge)
L'ambiziosa opera quarta della più famosa delle sorelle Crutchfield

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Ivy Tripp

(2015 - Wichita/Merge)
Il disco della svolta per Katie Crutchfield, fra college-rock anni 90 e influenze country-folk ..

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Cerulean Salt

(2013 - Don Giovanni)
Dolorosi e sconfortanti, gli scarni racconti rock di Katie Crutchfield

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