Oltrepassata la soglia dei trent'anni, smorzati rabbia e disagio giovanile,
Katie Crutchfield porta a compimento la personale metamorfosi artistica. Nelle sue molteplici reincarnazioni ha attraversato il pop-punk ai tempi della
high school in quel di Birmingham (Alabama), ha tolto le ragnatele dal college rock degli anni 90 divenendo una figura di culto della nuova scena indie, si è immersa nel country-folk che in qualche modo è stato comunque sempre presente nel suo Dna. Quasi sempre a fianco della sorella gemella
Allison, dal 2012 ha varato l'esperienza solista
Waxahatchee, anch'essa densa di repentine svolte stilistiche: dalle dolenti confessioni
bedroom lo-fi di "American Weekend" all'impeto elettrico dell'indispensabile "
Ivy Tripp", fino alla scrittura più "adulta" e riflessiva espressa in "Saint Cloud".
Deposte le armi di qualsiasi urgenza rock (se ne ritrova qualche vago sentore giusto in "War"), "Saint Cloud" mostra un'artista riappacificata con sé stessa e con il mondo. Superata, per sua stessa ammissione, la dipendenza dalla bottiglia, ha risolto i problemi di cuore cementando la relazione sentimentale con
Kevin Morby, di cui accenna in "The Eye", riflessioni (influenzate da
Leonard Cohen) sul tema dell'essere un
songwriter con un collega come compagno. Un disco "gentile", ma mai privo di un'energia che oserei definire "primaverile" ("Can't Do Much", "Lilacs"), un senso di rinascita che traspira tanto dal sommesso racconto su un amico che non ce l'ha fatta (la più
traditional "Ruby Falls") quanto dal
flower pop (pur lievemente velato di un sottile strato di malinconia) di "Hell" e "Witches".
Nel corso del suo svolgimento, "Saint Cloud" unisce i puntini lungo una linea immaginaria che, partendo dalla perfezione
classic pop di
Carole King, attraversa le ascendenze hippie di Edie Brickell, l'introspezione di
Cat Power e la spiritualità della
Alanis Morissette post-"Jagged Little Pill", terminando la propria parabola dalle parti dell'attitudine
slacker perfettamente impersonata da
Courtney Barnett. Anche se Katie sostiene di avere avuto come spirito guida durante la scrittura di queste undici tracce la figura di
Lucinda Williams e di tutte le
folksinger (Emmylou Harris, Linda Ronstadt) che le sono arrivate dagli ascolti dei genitori. Delineando una svolta che la fa apparire a tratti persino più credibile e meno forzata rispetto al passato.
La narrazione procede come lungo una mappa, che da West Memphis approda a St. Cloud, in Florida, città d'origine del papà. Lungo le strade scorrono luoghi e personaggi, con protagonisti i grandi spazi aperti del sud degli Stati Uniti, narrati con la positiva energia di chi casa l'ha non di rado cambiata per davvero, spostandosi dalla nativa Alabama prima verso Philadelphia, poi in quel di Brooklyn, fino all'attuale Kansas City.
La straordinaria capacità di costruire melodie rende Katie oggi ancor più autentica, consentendole di raggiungere livelli di assoluta eccellenza, ("Oxbow", "Arkadelphia"), come se l'abito garage indossato fino a "
Out In The Storm" fosse più che altro una necessità, ormai sorpassata. Questa volta le camicie di flanella restano nell'armadio, per lasciar spazio ai vestitini a fiori, oppure color cielo, come quello indossato in copertina, riuscendo per mezz'ora a farci apparire azzurre tutte le nuvole del mondo, persino le più minacciose.