Nirvana

Nirvana

Ascesa e caduta di un mito grunge

di Claudio Fabretti, Dario Ingiusto, Salvatore Setola

Portabandiera del grunge di Seattle, ma anche simbolo del disagio e dell'apatia di un'intera generazione. Ecco come i Nirvana di Kurt Cobain sono riusciti, in soli cinque anni di vita, a entrare nell'olimpo del rock
I Nirvana sono il gruppo più rappresentativo del movimento grunge (da grungy, termine gergale sinonimo di dirty, "sporco"). In pochi anni e con una manciata di album all’attivo, sono riusciti a imporsi come la vera leggenda della scena di Seattle, riuscendo a interpretare l’umore di un’intera generazione e trasformando l’alternative rock in un fenomeno di massa. Il sacrificio del loro leader, Kurt Cobain, ha certamente alimentato il mito, ma l’impatto della musica dei Nirvana sugli anni 90 è indiscutibile e si può paragonare per certi versi a quello avuto dagli Rem e dagli U2 sul decennio precedente.
Come spesso accade nella storia del rock - si pensi al caso di scuola dei Led Zeppelin - sono diventati dei pionieri pur avendo inizialmente mostrato un approccio molto "derivativo". Cobain e compagni, infatti, hanno attinto a piene mani da diversi generi del passato, in particolare dal punk e dal noise-rock, specie per la velocità e l’immediatezza, e poi dall’hard-rock per la pesantezza e la durezza di certi suoni, ma senza disdegnare anche richiami melodici al pop, non a caso saranno tra i gruppi più popolari del movimento, amati anche dal pubblico extra-grunge, proprio per i loro ritornelli efficaci e accattivanti. Ma quello che li ha resi immortali è soprattutto l'impronta del loro leader, menestrello rabbioso e disperato dei ragazzi apatici della Generazione X, come è stata raccontata nel libro-cult di Douglas Coupland.

Sulle orme dei Melvins

NirvanaLe radici delle band sono individuabili nell'ambiente dei loro colleghi Melvins. Ispirandosi a loro, i poco più che ventenni Kurt Cobain (canto e chitarra), Chris Novoselic (basso) e Chad Channing (batteria) formano i Nirvana e iniziano a suonare usando proprio la strumentazione di seconda mano dei Melvins. In realtà, nessuno dei tre è di Seattle: Cobain è nato a Hoquiam (Washington), Novoselic e Channing sono californiani. Ma i loro dischi, insieme a quelli di Pearl Jam e Soundgarden, trasformeranno questa piccola città del Nord-Ovest degli States in una fabbrica di successi miliardari.Dopo aver pubblicato il 45 giri “Love Buzz/Big Cheese” per l'etichetta simbolo della scena cittadina, la Sub Pop Records, i Nirvana esordiscono a 33 giri nel 1989 con Bleach (titolo ispirato da una bizzarra pubblicità che consigliava di lavare con candeggina gli aghi prima di drogarsi). Per realizzarlo basta il risicato budget di appena 600 dollari, anticipati dal chitarrista Jason Everman, il quale poi, in realtà, offrirà poi un contributo musicale minimo al disco.
Cobain si rivela subito l’anima del gruppo. Le sue capacità compositive, in bilico tra John Lennon e Sid Vicious, emergono da pezzi come “About A Girl”, ballata melodica che preannuncia l'esistenzialismo e la vena desolata del suo stile (con una già chiara attitudine pop, destinata a emergere nei lavori successivi), ma anche da prototipi grunge come l'autobiografica “School” e l'incendiaria “Blew”, quest'ultima forte di una introduzione pulsante di basso e di un riff monocorde di chiara matrice punk, che ricorre poi anche nella bislacca "Floyd The Barber" (dedicata a una serie-tv ). Difficile non intravedere le sembianze dello stesso Cobain nel ragazzo anti-sociale di "Negative Creep", mentre la tesa "Paper Cuts" è l'omaggio ai "padrini" Melvins. Questi brani, insieme alla cover degli Shockin Blue “Love Buzz”, fissano subito i parametri del suono dei Nirvana. Un sound grezzo e spigoloso, che mescola il blues-rock sporco di Rolling Stones e Stooges con la potenza dell'hard-rock (dai Led Zeppelin agli Aerosmith) e con il fervore hardcore di Husker Du e Pixies.


Ancorché acerbo e immaturo, Bleach risulta un lavoro di cruciale rilevanza per gli anni a venire. Che sia davvero la pietra angolare del movimento grunge è difficile stabilirlo. Di certo, pur nel loro convulso e un po' confuso rifarsi ai modelli del passato, i Nirvana contribuiscono indubbiamente a edificare un nuovo tipo di rock, che rispolvera a pieno titolo la forma-canzone tradizionale (strofa-ritornello-strofa), puntando sull'essenzialità degli anni 60-70, a scapito di tutti gli artifici del decennio 80, dai synth (praticamente messi al bando) a tutte le forme di effettistica sulle chitarre.
Movimento riconducibile più a una comune matrice politica ed esistenziale (l’approccio anti-establishment, l’indole dimessa, rabbiosa e iconoclasta), che a uno stile musicale, il grunge resterà comunque sempre agganciato a questo modello di riferimento, condito da una spiccata predilezione per i suoni distorti e rumorosi.

Anche la successiva tournée garantisce alla band un buon successo e la incoraggia a proseguire, malgrado già affiorino i problemi di salute psico-fisica del suo leader.

Mitologia del teen spirit

NirvanaIngaggiato alla batteria Dave Grohl (Warren, Ohio) e sorretto dai già affermati colleghi Sonic Youth, il trio entra nell'orbita della Geffen, in piena era grunge e, nel settembre 1991, pubblica Nevermind. Prodotto da Butch Vig e mixato da Andy Wallace, è un disco destinato a entrare di diritto nei classici di sempre. Pochi album, nella storia del rock, hanno infatti saputo incarnare con la stessa intensità gli umori e le ansie di un'intera generazione. Eppure Cobain, a registrazioni ultimate, non era soddisfatto. Non perdonava a Gary Gersh e a Andy Wallace, rispettivamente discografico e produttore, di aver voluto mettere le mani sul materiale, accentuandone dinamica e profondità, e smussandone gli angoli. Stava commettendo un errore colossale. Proprio l'equilibrio, infatti, è il segreto di questo lavoro, capace di mescolare con le giuste proporzioni hard-rock e melodia, asprezza del suono e nitidezza degli arrangiamenti, furia punk iconoclasta e malinconia esistenziale. La peculiarità dei Nirvana è di saper associare al sarcasmo nichilista del punk un talento melodico sconosciuto a gran parte delle formazioni che emergono nello stesso periodo. E poi ci sono i testi: una perfetta fusione fra musica e vita, in grado di creare una simbiosi mitica fra artista e pubblico che tocca il suo apice in "Smells Like Teen Spirit", il grido rabbioso che apre l'opera e rimarrà negli annali a simboleggiare lo spirito, apatico e sarcastico, di un'intera generazione (lo rivisiterà anche in un'interessante versione "sensuale" Tori Amos).
Nevermind è qualcosa di più di un disco. È rabbia, inquietudine, dolore, atroce dolore. Il tutto riassumibile nei primi secondi della prima traccia, "Smells Like Teen Spirit", forse il pezzo rock più conosciuto degli anni 90: quattro accordi, ma vomitati in uno sfogo turbolento che le rullate di Grohl sorreggono in modo perfetto. L'alternarsi della strofa, melodica, a un ritornello simbolo del calvario generazionale dei primi anni 90 ("With the lights out it's less dangerous/ Here we are now, entertain us/ I feel stupid and contagious/ Here we are now, entertain us/ A mulatto/ An albino/ A mosquito/ My Libido") costituisce uno dei punti più commoventi dell'album. Il testo è quasi nonsense, ma ormai non importa cosa dice Cobain, importa come lo dice. Infine, l'assolo, che ricama la linea melodica della voce, suonato davvero con cuore.
Se si rimane sconvolti dal ciclone "Smells Like Teen Spirit", dopo pochissimi istanti di tregua inizia un altro capolavoro: "In Bloom". Tremendo, fantastico. Le prime parole, mormorate su un giro di basso laconico e depresso, sono la rappresentazione migliore del disagio di Cobain ("Sell the kids for food/ weather changes moods/ Spring is here again/ reproductive glands"). E poi l'assolo acidissimo, e il ritornello, con quell'urlo che introduce una melodia semplice, memorizzabile e quasi epica. Ma il dolore non è solo rabbia. A ricordarcelo è "Come As You Are", malinconica depressione con un giro di basso che è già leggenda. La mania di Cobain di accordare gli strumenti mezzo tono sotto la scala normale trova qui una valida spiegazione: sembra niente, ma il pezzo suona straniante come non mai. Si giunge così, tra un feedback e un altro, a "Breed": pezzo carico di adrenalina, la batteria di Grohl ricorda uno schiacciasassi! Saltare sul letto è quasi d'obbligo.
Tra urla e schitarrate di ispirazione punk, "Breed" ci accompagna verso "Lithium", uno dei pezzi di maggior successo dell'album, con il suo mix tra le melodie di "Come As You Are" e i ritornelli rabbiosi di "In Bloom": diventerà uno degli inni della cosiddetta "Generazione X", che con il tempo ha ridotto la figura di Cobain a feticcio e simbolo da esporre su bandiere e t-shirt, spesso ignorando il suo messaggio di disagio, espresso nella sua purezza in "Polly". Un pezzo banalissimo, un semplice giro di accordi su chitarra acustica, ma qui si sente la forza decisiva della voce di Cobain: "Polly" è quasi cantautorale e tradisce le influenze dei grandi crooner statunitensi nella formazione musicale di Kurt. I Nirvana renderanno omaggio al bluesman Leadbelly nel loro concerto "MTV Unplugged in New York" con una versione terrificante di "Where Did You Sleep Last Night?".
Se "Polly" rilassa l'ascoltatore, provato dal muro di suono dei pezzi precedenti, c'è poco tempo per riprendere le forze. La traccia sette inizia parodiando una canzone hippie degli anni 60 ("Get Together"), ma poi esplode in un tremendo urlo: quello di "Territorial Pissings". Il punk suonato dai Nirvana, la massima espressione di quella che Cobain definiva "musica fisica". Il susseguirsi di tracce come "Drain You" (quasi allegra, amata dal leader della band) e "Lounge Act" non fa che ripetere il concetto di un disco che trascende le note semplici di cui è composto e si candida da subito a essere un manifesto generazionale. "Drain You" contiene anche una parte più "sperimentale", sulla falsariga delle dissonanze dei Sonic Youth. "Lounge Act" si distingue invece per l'apporto di Novoselic, divenuto celebre per i giri di basso semplici e immediati.
Si arriva a "Stay Away", altro grande pezzo, che si potrebbe definire "da pogo", se solo fosse mai stato suonato dal vivo, con Grohl che dà il meglio di sé. Ci si avvicina alla fine, introdotta da "On A Plain". Al termine di quest'ultima ci sono dei lamenti che preludono all'ultima traccia: due note, una chitarra acustica, nient'altro. "Something In The Way". Difficile descriverla il testo, a suo modo una poesia, parla da solo: "Underneath the bridge/ The tarp has sprung a leak/ And the animals I've trapped/ Have all become my pets/ And I'm living off of grass/ And the drippings from the ceiling/ But it's ok to eat fish/ Cause they haven't any feelings/ Something in the way" ("Al di sotto del ponte/ Il pesce ha mollato una pisciata/ E gli animali che ho catturato/ Sono diventati tutti miei animali domestici/ E non continuo a vivere d'erba/ E lo sgocciolio dal cielo/ Va bene mangiare pesce/ Perché loro non hanno sentimenti/ Qualcosa nella strada"). Cobain narra i giorni che ha passato sotto un ponte, cacciato di casa e in preda a uno sconforto inimmaginabile. Dopo 10 minuti di silenzio, la ghost-track. Una registrazione di chitarre dilaniate e annientate in studio, con distorsioni tremende. "Endless, Nameless" è il titolo appropriato di questa "composizione" (?!?). Quasi sette minuti di urla selvagge e dissonanze tremende. Rabbia allo stato puro.

Si chiude così Nevermind: un'ora di pezzi semplici tecnicamente, trasformati in capolavori del rock dalla voce tremolante, rauca e timorosa di Cobain. Risulterà difficile analizzare l'opera della band estraendola dal contesto mitizzante che il suicidio di Kurt Cobain ha contribuito a far creare dall'industria del disco. Ma ascoltarlo senza avere nelle orecchie le chiacchiere di ciò che ruota oggi intorno ai Nirvana può far ancora scoprire sensazioni forti ad ascoltatori appassionati di "musica fisica".
Nevermind (quasi 10 milioni di copie vendute, contro le 30mila dell'esordio) diventerà uno dei maggiori successi discografici di tutti i tempi, senza alienare tuttavia ai Nirvana le simpatie delle frange più "dure e pure" del loro pubblico. L'urlo di Cobain, quasi distaccato, ma al tempo stesso vivo e struggente, diventa in breve tempo uno dei simboli più potenti del rock di fine secolo. E la musica di Seattle porta alla luce un'altra America, popolata di giovani disadattati e inquieti che, da underground, assurgono improvvisamente a fenomeni di costume.

Nel dicembre 1992 la Geffen pubblica Incesticide, raccolta di rarità registrate alla Bbc, singoli inediti su album e versioni alternative.

Il testamento più doloroso

NirvanaNevermind era stato un fulmine a ciel sereno, un colpo di spugna inaspettato. Aveva fatto esplodere la bolla grunge, ma non era il capostipite del genere né il suo esempio più diretto. Lo stesso Cobain non lo amava tantissimo. Lo considerava un disco troppo pulito nel suono – la produzione cristallina era di Butch Vig, futura mente dei Garbage - e troppo orecchiabile: in sostanza era punk melodico, che a volte accelerava nell’hardcore, a volte trionfava nel power-pop. Un gioiello troppo patinato per un genere sporco che aveva avuto nobili padri derelitti come Butthole Surfers e Mudhoney. Cobain voleva tornare  al passato e al grunge; quello vero, viscoso e fetido dell’esordio Bleach. Così chiamò in cabina di regia Steve Albini, il profeta del suono duro e puro, capace, grazie al suo sistema di microfoni disseminati per lo studio di registrazione, di captare la carica fisica del sound di una band. Il risultato è In Utero (1993), terzo e ultimo album propriamente inteso della saga Nirvana. Meno riuscito e accattivante del predecessore, il disco rappresenta tuttavia l'atto più disperato, il vero testamento spirituale di Cobain, rockstar per caso. Perché leggendo tra le righe delle 12 tracce , si può probabilmente incontrare il vero Kurt: un ragazzo come tanti, segnato da un’infanzia non semplice ma neppure tragica (i genitori, come quelli di molti, erano divorziati), che amava ascoltare i Sex Pistols, suonare la sua chitarra e cantare le sue canzoni. Un ragazzo giunto ormai allo stremo, incapace di sopportare il successo e (soprattutto) il suo fardello morale. Eloquente il titolo che Cobain avrebbe voluto scegliere per il titolo: “I Hate Myself And I Want To Die”.
In Utero è la presa di coscienza di non essere uno come l'amico Michael Stipe, dei cui Rem il leader dei Nirvana aveva non a caso sentenziato: “Hanno raggiunto il successo in modo simile ai santi”. Tradotto: hanno fatto un pacco di soldi, ma non sono mai andati contro i loro principi. Cobain sentiva invece di aver tradito se stesso e temeva che a lungo andare avrebbe tradito anche il suo pubblico. Dunque meditava di smetterla. Non con la musica: con la vita. Prima però doveva liberarsi degli ultimi scheletri, degli ultimi fantasmi, spiattellando in faccia al mondo il suo insano desiderio di autodistruzione. L’estetica sonora di In Utero è intrisa di questo funesto sentimento. La sua poetica va anche oltre.

“La rabbia giovanile ha pagato bene, ora mi sento annoiato e vecchio”. Tanto per gradire, è questo l’incipit di In Utero, un disco che infila una seduta psicanalitica dietro l’altra finché il cervello scoppia e ti presenta il conto. “Serve The Servants” è la prima e dà l’impressione, con le sue distorsioni laceranti e la sua ritmica aggressiva, che sì, si può ancora sconfiggere il dolore, curare quella vibrante malattia chiamata esistenza. L’ultima è “All Apologies”, ballata elettroacustica accarezzata dal vento d’un violoncello che indica la via d’uscita: non siamo i soli a soffrire, c’è un mondo là fuori fatto di cose e di persone in cui confondersi e riconoscersi. Il senso è tutto lì, in quell’"All in all is all we all are" che è l’ultimo verso, ripetuto come un mantra, di “In Utero”: un verso che manda in collisione Neil Young con Guicciardini, San Francesco con Coleridge, Eraclito con Piet Mondrian.
In mezzo a questi due estremi, ci sono altre undici canzoni, altri undici modi di frugare dentro la propria coscienza: c’è la vita come contrappasso (“Rape Me”: musicalmente, una variazione sul tema di “Smells Like Teen Spirits”; narrativamente, il desiderio di una donna stuprata di riservare al suo aguzzino lo stesso trattamento) e la vita come tentata rivalsa (“Francis Farmer Will Have Her Revange On Seattle”, che racconta il triste declino di una vecchia attrice considerata ingiustamente pazza), l’amore come antidoto (il gran singolo “Heart-Shaped-Box”) e la morte come estasi eterna (“Pennyroyal Tea”, ovvero la dimostrazione che il blues, il punk e Leonard Cohen possono essere la stessa cosa),  l’urlo di Derby Crash (“Milk It”, uno stillicidio timbrico in odore di post-core) e "L'urlo" di Munch (la disumana “Scentless Aprrentice”, ispirata al macabro romanzo “Profumo: storia di un assassino”).

Nevermind rimarrà il disco più importante dei Nirvana per una serie di congiunture storiche: il disco del cantare per rabbia o per ribellione, ma anche da canticchiare sotto la doccia. In Utero no, non si canticchia; non perché non ci siano melodie (“Dumb”, in questo senso, è una serenata alla malinconia degna del repertorio dei Beatles), ma perché è un unico salmo di disperazione che lascia letteralmente senza parole. E senza fiato. Un disco da contemplare in silenzio. Probabilmente,  si tratta  dell’ultimo grande album grunge, il canto del cigno di un genere quasi ineffabile; dopo ci sarà solo il bellissimo colpo di coda – dimenticato e indimenticabile – dei Barkmarket di “L. Ron”.
In Utero ha praticamente scritto la parola “fine” a quell’utopia di eterna adolescenza – quell’utopia disperata e ingenua - che si accese nel cuore degli anni Ottanta, grazie a band immortali come Replacements e Husker Du, e si spense definitivamente in un colpo di fucile del 5 aprile 1994.

NirvanaSpecchio dell’odissea personale di Cobain, sposatosi nel frattempo con Courtney Love delle Hole, l'ultimo atto in studio dei Nirvana ottiene un buon successo di vendite, anche se aliena in parte al gruppo le simpatie di quella "Mtv generation" che li aveva consumati come l’ennesima “sensazione” del momento. Ma proprio su Mtv i Nirvana ripropongono, in un’affascinante chiave acustica, molti dei loro successi, incidendo il fortunatissimo Unplugged In New York. Testimonianza di un concerto del novembre 1993, l’album svela l’anima sofferente delle canzoni di Cobain. Spogliati degli orpelli hard-rock, i brani dei Nirvana si rivelano struggenti confessioni di un incurabile disagio esistenziale. Un’atmosfera di tragedia imminente pervade le rivisitazioni di “Pennyroyal Tea”, “All Apologies”, “Come As You Are” e “About A Girl”. Ma a dare nerbo al disco sono anche alcune cover come “The Man Who Sold The World” di David Bowie, “Lake Of Fire” e “Oh Me” dei Meat Puppets e una straziante versione del traditional "In The Pines", ripreso dalla versione blues di Leadbelly con il titolo di “Where Did You Sleep Last Night”.
Nello stesso periodo, la Geffen pubblica anche la videocassetta “Live! Tonight! Soldout!”, una storia musicale nervosa e ironica dei Nirvana ricostruita con spezzoni di interviste e filmati amatoriali alternati ad alcune esibizioni dal vivo. La dimensione più selvaggia ed elettrica dei concerti della band di Seattle sarà invece testimoniata dal live From The Muddy Banks Of Wishkah.

Ma il successo non servirà a guarire il biondo idolo punk di Seattle. Come prima di lui Jimi Hendrix e Jim Morrison, anche Kurt Cobain porterà ad estreme conseguenze la sua autodistruzione. Dopo lunghi e dolorosi mesi dedicati a un tour europeo, l'8 aprile 1994 il leader dei Nirvana si toglie la vita con un colpo di pistola, consacrandosi per sempre al culto dei fan. Nel suo messaggio d’addio, un epitaffio: “It’s better to burn out than to fade away”, “meglio bruciarsi che svanire a poco a poco”. E’ un verso di "My my, hey hey", la canzone del suo maestro Neil Young. Un anno dopo, il cantautore canadese renderà omaggio alla memoria del suo discepolo dedicandogli "Sleep With Angels".

 

Neanche Kurt Cobain sfuggirà purtroppo all'immancabile operazione commerciale post-mortem, che porterà alla "riesumazione" del suo ultimo brano prima del suicidio, "You Know You're Right", allo scopo di vendere qualche copia in più dell'antologia The Best Of Nirvana (tredici classici della formazione di Seattle). E su altri presunti 109 brani inediti, nascosti in qualche cassaforte, è già iniziata la battaglia legale tra Courtney Love, Krist Novoselic e Dave Grohl. "Capisci, ci sono un sacco di soldi di mezzo", ha ammesso la Love. Ma è solo l'ennesimo litigio sulle briciole dei defunti nella storia del rock.

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Ascesa e caduta di un mito grunge

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Portabandiera del grunge di Seattle, ma anche simbolo del disagio e dell'apatia di un'intera generazione. Ecco come i Nirvana di Kurt Cobain sono riusciti, in soli cinque anni di vita, a entrare nell'olimpo del rock
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Discografia
 Bleach (Sub Pop, 1989)

7

Nevermind (Geffen, 1991)

8,5

 Incesticide (antologia, Geffen, 1992)

 

In Utero (Geffen, 1993)

7,5

Mtv Unplugged in New York (Geffen, 1994)

8

 From The Muddy Banks Of Wishkah (live, Geffen, 1996)

5

 Nirvana (The Best Of) (Geffen, 2002)

6,5

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