Melvins

Pinkus Abortion Technician

2018 (Ipecac) | alt-rock, stoner

Ci sono band che di fermarsi proprio non vogliono saperne, fosse anche soltanto per una breve pausa. Come spinte da una caparbia ostinazione che rifugge ogni logica di mercato e si rifiuta di registrare le mutazioni di tempo e gusti, questi gruppi registrano materiale su materiale. I rischi che un’attitudine del genere comporta sono tanti, perché la creatività non è una dote sempiterna e perché prima o poi anche il fan più innamorato potrebbe voltarti le spalle. Ma forse sono proprio questi rischi, e il consequenziale fottersene, a rendere questa cocciutaggine così romantica. Di questa mentalità i Melvins sono probabilmente tra gli alfieri più stoici e rappresentativi, perlomeno in ambito alternative metal. Senza contare i numerosi side project e la miriade di collaborazioni, in oltre trenta anni di carriera la formazione di Buzz Osborne ha registrato almeno un disco ogni due anni.

Cosa abbia da dire una band dopo così tanti dischi, molti degli ultimi nemmeno così brillanti, è un interrogativo piuttosto inutile da porsi, che cozza forte con l’inclinazione di cui sopra. “Pinkus Abortion Technician”, così come gli altri dischi dei Melvins che verranno, tocca ascoltarlo e basta. Senza troppe pretese, ma con la certezza che dopo tutti questi anni di onorato servizio doom e stoner – talvolta pionieristico - Buzzo e soci qualche colpo sotto la cintura te lo assesteranno. Invero a questo giro per il primo gancio ben piazzato bisogna aspettare un po’, quando dal centro countrieggiante di “Flamboyant Duck” viene fatto sbucare senza preavviso un mastodonte sludge che tramortisce a dovere. La scelta di rinforzare la formazione con l’utilizzo di due bassi – King Buzzo e lo storico batterista Dale Crover sono qui accompagnati dai bassisti J.D. Pinkus e Steve McDonald, già apparsi in line-up ai tempi di “Hold It In And Basses Loaded” – è risultata vincente, andando a colmare alcune carenze in fase di scrittura dei brani grazie a un suono acciaioso e rombante. Ascoltare il groove carrarmato che traina “Grave Yard” per farsi un’idea.

Viene difficile immaginare un’audience per questo disco – e dei prossimi - al di fuori della cerchia dei fan affezionati dei Melvins, ma data la qualità di alcuni suoi momenti e la simpatia che non si può nutrire per gli eroi di Montesano, viene da sperare che non si fermino mai, magari che rallentino un po’. Possiamo stare tranquilli che non faranno nessuna delle due cose.

(21/05/2018)

  • Tracklist
  1. Stop Moving to Florida
  2. Embrace the Rub
  3. Don't Forget to Breathe
  4. Flamboyant Duck
  5. Break Bread
  6. I Want to Hold Your Hand
  7. Prenup Butter
  8. Grave Yard


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