Non so perché mi ostino ad ascoltare con attenzione ogni nuovo album di Eugene Mc Guinness.
Forse perché la fantasia dell’esordio aveva fatto sperare in un rinnovo generazionale del fronte musicale britannico, o forse perché quel nervoso incedere melodico che caratterizzava tutti i suoi album (incluso l’incerto “The Invitation To Voyage”) sembrava idoneo a spezzare il melenso
britpop degli ultimi anni.
Quali che siano le ragioni che mi hanno indotto a confidare in “Chroma”, quarto album del giovinetto, ora sono definitivamente crollate e sepolte sotto una montagna di noiose melodie prive di direzione, che Eugene non riesce a far sue neppure con l’interpretazione vocale.
Abbiamo usato in passato il termine psichedelico per giustificare esercizi grafico-sonori come “Fairlight“, o le ennesime finte cover dei
Beatles (si ascolti “Godiva” che ruba-omaggia la loro “Day Tripper”), e anche gli scampoli ritmici alla
Talking Heads che ora suonano come i Tom Tom Club nel backstage (“I Drink Your Milkshake”) o i
B-52s senza voce (“She Paints Houses”), ma ora è tempo di tirare le somme.
Tutto sembra girare nel verso sbagliato in “Chroma”: il produttore Dan Carey indugia negli aspetti più indie del suono di McGuinness, stravolgendo le sue doti vocali che suonano tediose e fastidiose (“Immortals”) nel tentativo, mal riuscito, di suonare
alternative, mentre il muro del suono
lo-fi-noise sovrasta le poche buone intuizioni melodiche (“Amazing Grace”) e riduce l’unica fuga romantica dell’album (“All In All”) a una cantilena a tratti piacevole e spesso vicina alla noia.
Quello che toglie ogni dubbio sul presente, e forse futuro, del musicista inglese è la consapevolezza che episodi come “I Drink Your Milkshake” e “All In All”, pur nella loro inconsistenza, rappresentano il meglio di “Chroma”, e tacere sul resto è solo un atto d’umanità che mi concedo prima di rinunciare definitivamente a qualsiasi prova d’appello per McGuinness.