Kassel Jaeger

Toxic Cosmopolitanism

2014 (Editions Mego) | electroacoustic post-world, dark-ambient

Pochi ne sono a conoscenza, ma il Grouoe de Recherches Musicales esiste ancora. E no, non si sta parlando di un marchio che brilla di luce riflessa, ma di un continuum che non ha mai davvero smesso di procedere nella sua direzione. Fra una ventina di mesi ricorrerà il ventennale della morte del suo fondatore, Pierre Schaeffer, che di sicuro sarebbe orgoglioso oggi della gestione che l'allievo Christian Zànesi sta portando avanti per un'istituzione che ormai da anni ha unito le sue forze a quelle dell'Ina (Institut National de l'Audiovisuel) creando un team che mantiene tutt'oggi un insindacabile primato a livello di ricerca multimediale in terra francese. Kassel Jaeger potrebbe essere definito sostanzialmente come il portabandiera nel contemporaneo panorama avant-garde – di cui l'elettroacustica, che ai compositori dello storico marchio parigino deve tutto o quasi, è uno degli assi portanti – delle ricerche e degli studi del Grm-Ina.

Da un paio d'anni a occuparsi dei suoi lavori è Editions Mego, divenuto grazie all'asse professionale tra Zànesi e Peter Rehberg il megafono principale a livello discografico del Nuovo Groupe, che passa anche e soprattutto da una collana dedita alla ripubblicazione su vinile di opere storiche (Recollection Grm). Nel giro di nemmeno un anno, il compositore danese ha sfornato un uno-due di classe di cui “Toxic Cosmopolitanism” è la seconda metà, preceduta dalla bella collaborazione con l'orgoglio nostrano Giuseppe Ileasi. Il titolo rende già chiaro il luogo concettuale dove si colloca l'indagine di Jaeger: il dubbio posto è se la globalizzazione sonora, intesa a livello cosmopolita (e dunque come interazione/fusione fra suoni provenienti da più culture) possa essere alimentazione di un processo creativo e causa fondante di uno distruttivo, o entrambe contemporaneamente.

Il tutto è sviscerato in un viaggio della durata di venticinque minuti, che dà il nome all'album e ne rappresenta il corpo principale: un preludio di puro dark-ambient funge da anticamera a un brulicare di sample elettroacustici alla maniera di Luc Ferrari. Ma in realtà si tratta di registrazioni di strumenti appartenenti alle più disparate trazioni etniche, decostruiti con l'obiettivo di essere resi irriconoscibili. La texture di lussureggiante oscurità in cui il tutto è ambientato, declinata nei dieci minuti di sottrazione totale che conducono a metà pezzo prima e nella trafila quasi cameristica del terzo quarto, è probabilmente l'elemento in grado di rendere la suite un episodio molto più rappresentativo dei suoi quattro successivi surrogati. Le “Exposure Scales”, infatti, altro non sono se non isolamenti e sviluppi di singole sezioni componenti il lungo side A del lavoro, dove la lente di ingrandimento tende a enfatizzare i tratti di validità già emersi nel più ampio contesto iniziale.

“Combat” passa la carta vetrata su campioni di flauti di Pan, “Sunlight” reitera loop al balafon mescolandoli a gocce elettroniche, la più interessante “Tide” destruttura i battiti del gong tibetano in una pioggia delicata e la conclusiva “Poison” torna in un fango melmoso tranquillamente evitabile. A un sostanziale insuccesso concettuale – l'equilibrio fra episodi più riusciti e altri meno rende impossibile trovare soluzione al quesito posto in partenza, che Jaeger evita volutamente e accuratamente di fugare – coincide la parziale ma sostanziale bontà del risultato sonoro. Quest'ultima è collocata però per assurdo principalmente negli episodi più “meticci” - brani singoli ma anche passaggi della suite - rispetto alla tematica cardine del disco. E se questo dato fosse da considerarsi come potenziale risposta, il cosmopolitanismo finirebbe per averla vinta a tavolino, mostrandosi elemento fondamentale a cospetto della sua (presunta) tossicità.

(26/03/2014)

  • Tracklist
  1. Toxic Cosmopolitanism
  2. Exposure Scales - Combat
  3. Exposure Scales - Sunlight
  4. Exposure Scales - Tide
  5. Exposure Scales - Combat
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