LoveyDove

LoveyDove

2014 (La's Fine) | alt-pop, songwriter, pop

La californiana Azalia Snail ha dato un notevole contributo alla psichedelia d’autore con i suoi capolavori: “Snailbait” (1990), “Burnt Sienna” (1992), “Fumarole Rising” (1994), “Blue Danube” (1995) etc. L’insieme di questi dischi costituisce uno degli apici della civiltà post-hippy, contesa ormai tra alienazione tecnologica e voglia di nuova, ma meno esplicita, evasione extra-sensoriale, e un grande slancio per tutto il nuovo movimento psych-folk. Nella seconda metà degli anni 90 e nei 2000 l’autrice dirada la strenua ricerca armonica e si offre di quando in quando a progetti di collaborazione.

Ormai quasi del tutto rasserenata, Snail dà pieno sfogo a queste recenti tendenze portandole a compimento. Il nuovo progetto LoveyDove, in coppia con Dan West (come lei già cantautore psichedelico di Los Angeles), è così il suo primo album esplicitamente melodico e totalmente lineare della sua carriera. Ciò non significa trivialità o scadimento. Anzi, Snail qui riscopre pure più agilmente il suo passato neo-hippy in canzoni avviluppate da tutta la magia di orchestrazione che il genere richiede; talvolta questa magia è proprio sovrabbondante, talmente sopra le righe da suonare in qualche modo “iconica”.

L’operazione non è certo nuova, ma possiede una perizia superiore. Una delle migliori è “Sweet Ride”, dove i tipici suoni del pop - campane e tastiere - collimano con sottili e atmosferiche distorsioni in cui esplode il refrain, a più voci a mo’ di Mamas & Papas. Così per la genuinamente Beach Boys-iana “Soft Sun”, con le voci che giocano a confondersi con i fondali gioiosi e giocosi.
In “Soul Gem” Snail si apparta in una coscienza più narrativa e autoriale Liz Phair-iana, con la chitarra che accarezza la melodia, e come in una sorta di mini-musical strumenti benevoli, anche giocattolo, attorniano le confessioni della cantante.

“Deep Down Inc.”, duetto slowcore alla maniera dei Beach House che però retrocede alle sofisticazioni agrodolci dei St Etienne, con lamenti di chitarra acida nello sfondo brumoso e tiritera sognante, introduce una sfumatura quasi religiosa. In “Hot Lap” i tipici languori pop sono volti a qualcosa di maniacalmente robotico e tecnologico, ma mantenendo qualità da fiaba per bimbi. La frizzante filastrocca in rima di “Founder” richiama centinaia di act pop mentre svela un’anima liturgica. “Satisfy”, lento alla Tamla-Motown, è cantata però a un soffio dall’ascesi rinascimentale. Ma “Come Along” realizza più concretamente quello che tutto il disco cerca, uno sposalizio tra un madrigale alla Claudio Monteverdi e la “Fool On The Hill” dei Beatles, sublimato in un refrain commosso, un soliloquio corale della sola Snail.

Dal titolo di una canzone della stessa Snail (“LoveyDove”, in “Celestial Respect”, 2011). Ci si poteva aspettare un accomodamento, invece è mirabile mestiere a servizio della godibilità: armonie vocali prorompenti e affiatate, arrangiamenti pieni ma infiorettati da una chiave melodica non scontata, una brezza non letale di caos che spira sulla forma-canzone, operetta e teatralità tra le pieghe. Il passatismo, da sempre preferenziale canale comunicativo dell’autrice, qui è suggello - sia personale sia smodatamente collettivo - a una sottovalutata carriera. Anticipato da un singolo digitale, “Backward Bully” (2013), da cui è stato realizzato anche un video (“Sunday Rulez”).

(08/02/2014)

  • Tracklist
  1. Soft Sun
  2. Deep Down Inc.
  3. Soul Gem
  4. Hot Lap
  5. Gently As You Feel
  6. Founder
  7. Satisfy
  8. Sweet Ride
  9. Less In Never More
  10. Come Along
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