Yann Tiersen

∞ (Infinity)

2014 (Mute) | folk, post-rock

Il minuto e mezzo di buco nero che apre le porte a “Infinity” pare esser messo lì apposta per spaventare, quasi come minaccioso avvertimento, incresciosa presenza subdola, maschera in faccia a quei ricami mertensiani che affiorano alle sue spalle nella seconda metà. Una sorta di sputo in faccia a tutti quelli per cui Yann Tiersen è ancora oggi solo “quello di Amélie”, o “il presunto erede di Nyman dal volto folk”, o ancora mille altre etichette che a lui usualmente affibbiano coloro che oltre la colonna sonora del gioiello di Jeunet non sono mai andati (o voluti andare). Ecco, diciamolo subito, onde evitare brutte sorprese: per coloro che rientrano in questa categoria, il terzo parto su Mute del compositore belga è adatto meno ancora di quanto lo fossero i due predecessori, che già lo erano decisamente poco. Chi cerca ancora fiabe e carillon stia alla larga da qui.

Chi invece di Tiersen ha seguito l'intero percorso evolutivo da “L'Absente” in poi si faccia avanti, sapendo di trovare un prodotto perfettamente coerente con quella strada, sostanzialmente privo di autentici colpi di coda, ma che raccoglie l'esperienza forse più matura e profonda dai tempi dell'indimenticato e insuperato “Le Phare”. Ma sappia pure che mai come stavolta la scelta evidente del Nostro è quella di accantonare ogni traccia di quel passato a cui tutti continuano a legarlo, e che, considerata la sua tendenza all'istrionismo, ha finito probabilmente per diventare più un limitante peso che una fonte di orgoglio. “Infinity” mai come prima mira per direttissima e lascia da parte artifici e tocchi magici, sta lontano dalla fantasia per dipingere una realtà maestosa, lo fa prendendo in prestito un verbo spesso vicino al (cosiddetto) post-rock, ma intriso di folk fino al midollo.

Niente più acquarelli, ma intensi affreschi, tramonti a luci infuocate, come lo splendido “Slippery Stones” - quasi una tela di Bill Douglas eseguita dagli Unto Ashes – e cieli colmi di nuvole, che corrono all'impazzata sulle scogliere bretoni guidate dalle chitarre di “Ar Maen Bihan” per poi perdersi, nei vortici à-la-Mogwai di “Steinn”, fra le cime innevate dei vulcani islandesi.
Islanda e Bretagna sono i luoghi dell'infinito di Tiersen, interpretato in una chiave totalmente romantica sotto forma di tensione paesaggistica, nonché gli ambienti dove il disco stesso è nato ed è stato registrato. E locali sono anche i piccoli nomi a cui sono affidate le parti vocali, pronti a sostituire i collaboratori di lusso dei dischi precedenti ma a cui viene (ingiustamente) negata una menzione, perlomeno nelle note delle copie promozionali del disco.

Sembra quasi di avere di fronte un diario di bordo, una raccolta di testimonianze da diversi viaggi mai abbastanza nitide (e troppo “naturali”, spontanee) per poter essere trattate come semplici fotografie. Così se l'elegantissimo notturno di “Greenworld” naviga a vista nel mare gelato delle Fær Øer – con tanto di secondo titolo in lingua locale, “Grønjørð” - a riportare al mai dimenticato bagaglio di casa ci pensano la progressione del singolo “A Midsummer Evening” e la jazzata “In Our Minds”, mentre nel bolero di “The Crossing” e soprattutto nella paradisiaca “Lights” un calore zuccherino funge da protezione per temperature esterne che tornano a precedere lo zero. “Meteorite” sfuma su una voce che rasenta Mark Lanegan e pare una preghiera solitaria, quasi a dire che quello di Amélie non è forse l'unico mondo a potersi dire meraviglioso.

(31/05/2014)

  • Tracklist
  1. ∞ (Infinity)
  2. Slippery Stones
  3. A Midsummer Evening
  4. Ar Maen Bihan
  5. Lights
  6. Grønjørð (Greenworld)
  7. Steinn
  8. In Our Minds
  9. The Crossing
  10. Meteorites
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